ArtShaker #68: Irezumi, l’arte del tatuaggio tradizionale giapponese

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Quella del tatuaggio è certamente una pratica oggi molto diffusa, tuttavia essa era già diffusa nell’antichità. Infatti, sono numerosi gli esempi di decorazione del corpo in questo periodo e tra di essi figurano le mummie rinvenute in Egitto, perfettamente conservatesi grazie al clima arido.
Tra i numerosissimi aspetti dell’Estremo Oriente che affascinano gli occidentali, figura sicuramente il tatuaggio giapponese. Ciò è testimoniato dalla scelta delle persone di farsi imprimere in maniera permanente uno o più soggetti tipici della cultura del Paese del Sol Levante.

Oggi, con il termine irezumi (入れ墨) si fa riferimento al tatuaggio giapponese. Esso è caratterizzato da colori brillanti e da soggetti molto ampi che ricoprono gran parte del corpo. Moltissimi hanno subito il fascino di questo tipo di tatuaggio, sia orientali che occidentali.
Qual è la storia dietro questa lunga tradizione? E perché per moltissimo tempo essa non è stata vista di buon occhio dai giapponesi stessi?

Non è da sempre che la parola irezumi ha una connotazione positiva o neutra: anticamente questo termine rimandava ad un concetto negativo poiché veniva usato per indicare la pratica derivante dalla tradizione cinese di marchiare malviventi con dei tatuaggi. Sotto forma di kanji o di forme geometriche, esso, posto sulla fronte o sul braccio, comunicava in modo chiaro la colpa di cui ci si era macchiati.

1. Esempio di irezumi punitivo (da iromegane.com)

Chiaramente non esistevano soltanto tatuaggi punitivi: durante il periodo Edo-Tokugawa (1600-1868), oltre ad essi si sviluppò la tradizione dell’irebokuro, ovvero la realizzazione di un punto nero sulla mano. Esso veniva fatto con intento amoroso, ma non mancavano i tatuaggi che richiamassero preghiere rivolte agli dei.
Infatti, se ne primo caso si trovano preghiere dedicate alle diverse divinità della cultura giapponese, nel secondo a tatuarsi il nome degli amanti erano le geisha e le joro (ovvero le prostitute legali), quest’ultime nella speranza che il proprio cliente le liberasse dalla loro condizione.

Davanti all’utilizzo crudele della pratica del tatuaggio cui si accennava prima, i tatuatori dell’epoca ne presero le distanze ridefinendosi come horishi, termine che fa riferimento all’intagliatura del legno e, più precisamente, agli incisori delle lastre di ukiyo-e.
Infatti, furono proprio questi incisori a figurare tra i primi tatuatori. Essi erano sicuramente i più esperti in materia e la diffusione delle stampe ukiyo-e ed il loro apprezzamento furono tali da portare la classe dirigente della capitale Edo (antico nome di Tokyo) a desiderare un soggetto simile impresso per sempre sulla pelle.
Cambiò, quindi, anche il termine con cui ci si riferiva ai tatuaggi, che da irezumi divennero horimono (lett. “oggetti intarsiati”).

Ciò che conquistò veramente gli abitanti della capitale fu però un altro soggetto: si tratta dei protagonisti del romanzo Suikoden (1757), adattamento del romanzo storico cinese traducibile letteralmente con Storia in riva all’acqua (水浒传, XV secolo, in italiano noto come I Briganti). Ambientato nella Cina del XII secolo, in esso vengono narrate le gesta di 108 briganti, guidati da un codice d’onore e legati da un saldo legame d’amicizia, impegnati nello scontrarsi con le forze dell’imperatore Huizong. Trattandosi di personaggi al di fuori del comune, essi erano coperti da tatuaggi raffigurati in parte per la prima volta da Katsushika Hokusai. La prima rappresentazione completa è ad opera di Utagawa Kuniyoshi (1830), suo contemporaneo, e questa serie di stampe ebbe un grandissimo successo, tanto che l’abbinamento personaggio-tatuaggio è rimasto invariato. Tra i vari personaggi, il più famoso, forse proprio per via del suo tatuaggio, è Kyumonryu Shishin (Shi Jin in cinese). Su schiena, braccia e gambe campeggiano nove draghi di fuoco. I loro movimenti sinuosi generano un grande moto, infondendo forza al fuorilegge nel suo combattimento contro Chokanko Chintatsu.

2. Utagawa Kuniyoshi, Shishin combatte contro Chokanko Chinatsu, anni Venti del XIX secolo

Non erano solo gli eroici fuorilegge dei romanzi ad avere tutto il corpo tatuato.
Gli otokodate, cavalieri erranti, proteggevano le persone povere dai ronin (samurai divenuti mercenari). Questo loro agire rimandava inevitabilmente ai personaggi del Suikoden, quindi, proprio come quegli eroi, si fecero tatuare come mostrato dalle stampe di Kuniyoshi.
Anche gli hikeshi (i vigili del fuoco) vennero ben presto considerati eroi, tuttavia, a differenza degli otokodate, si facevano tatuare acqua o draghi così che li proteggessero dal fuoco: una sorta di amuleto spirituale.

A permettere lo sviluppo dell’irezumi fu il teatro kabuki, dove i tatuaggi entrarono in scena come elementi del costume dei personaggi, prima dipinti sulla pelle, poi su di una sorta di panciotto; e quindi attraverso la yakuza: in Giappone, chi ha un tatuaggio che copre tutto il corpo è identificabile come suo membro. Generalmente vengono scelti episodi del Suikoden o simboli legati alla famiglia e lo scopo è quello di incutere timore nelle persone che li vedono.
Ci fu, quindi, una maggiore richiesta di tatuaggi, alla quale seguì l’intervento del governo che nel 1804 vietò agli horishi di svolgere il loro mestiere. Ciò non fermò questa pratica, che proseguì clandestinamente fino al secondo dopoguerra (1948).

3. Settai Komura, Irezumi no Oden, 1938 (da Fujiarts.com)

Durante il periodo di divieto, l’aristocrazia europea ed americana scoprì il fascino di questa arte. Tra gli altri, nel 1882 anche il duca di York (futuro re Giorgio V) e suo fratello durante un viaggio in Giappone si fecero tatuare un drago sul braccio dal famoso Horichō.
A fine secolo si era già formato una robusta rete di tatuatori che diedero origine a vere e proprie famiglie, tramandando il nome agli allievi migliori. Questi, terminato il periodo di apprendistato, assumevano un nuovo nome assegnato loro dal maestro. Il nuovo nome era costituito dal prefisso hori (da horishi) e da un suffisso che poteva indicare, ad esempio, una caratteristica fisica.

In cosa consiste la tecnica tradizionale?
Essa prevede l’utilizzo di una bacchetta di bambù, di varie dimensioni, al termine della quale sono presenti una serie di piccoli aghi (hari). La quantità di aghi dipende dal tipo di tratto o di sfumatura che si deve fare, comunque in generale vanno da uno a trenta. Gli aghi vengono intinti nell’inchiostro (sumi) passando attraverso il pennello tenuto con l’altra mano. Così ha inizio il tatuaggio, mentre il cliente è sdraiato a terra ed il tatuatore è seduto accanto a lui.
In seguito all’incontro con la cultura occidentale, anche in questa arte tradizionale sono stati introdotti dei cambiamenti, come la macchinetta per la realizzazione dei contorni che diventano così estremamente precisi, limitando l’utilizzo dello hari per quanto riguarda i colori e le sfumature.
Rimangono, però, diversi tatuatori che ancora oggi utilizzano la tecnica tradizionale dall’inizio del lavoro fino al suo completamento.

Oggi questa incredibile tecnica è utilizzata anche da tatuatori occidentali, mentre animali e personaggi del folklore giapponese si ritrovano su braccia, schiene e gambe di tutto il mondo. Ciò conferma come la cultura giapponese continui ad essere uno dei poli della curiosità e dell’immaginario europei ed americani.

4. Esempio della tecnica tradizionale, con il tatuatore che tiene tra le dita lo hari ed il pennello

Proprio da questa cultura è stato fortemente attratto Roberto Borsi/Horibudo (@horibudofirst su Instagram), un tatuatore italiano che pratica l’irezumi e che ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune curiosità.

V: Com’è entrato in contatto col mondo dell’irezumi e, successivamente, cosa l’ha spinta ad apprendere quest’arte e come si rapporta ad essa: è stato molto complesso appenderla? Quanto tempo ha impiegato per acquisire manualità?

H: Diciamo che fin dall’infanzia (7 anni) mi sono avvicinato al Giappone attraverso le arti marziali. La grande ammirazione per questo Paese è maturata nel corso degli anni. Cominciando poi a tatuare, tra i vari stili che amavo studiare il tradizionale giapponese era il più difficile e quando ebbi la fortuna di incontrare il mio maestro (Horitoshi I, NdR), capii che era uno stile a cui dedicare non solo tutto il tempo a disposizione ma l’intera vita artistica. La manualità si acquisisce nell’ordine di anni. Più si pratica e più ci si perfeziona.

V: Molto interessante. E com’è avvenuta l’interazione con il suo maestro? L’ha accettata subito come suo allievo?

H: Siamo diventati amici e negli anni, dopo aver scritto un libro e girato un documentario, mi ha insegnato. Per entrare nella famiglia c’è una selezione attitudinale, ma avendo un ventennio di esperienza come Tatuatore non ho fatto molta fatica. Fu lui a chiedermi di farne parte al contrario della rigida etichetta giapponese che invece impone il contrario.

V: Ho letto infatti che è l’allievo a dover impegnarsi moltissimo per entrare a far parte di una delle famiglie. Complimenti per aver raggiunto questo traguardo! E adesso fa solo tatuaggi in stile giapponese o, se richiesti, fa anche tatuaggi con la tecnica occidentale?

H: Grazie. Eseguo solo Irezumi con tecnica tebori. Oltre che ad essere di gran lunga più vivido il colore (non necessita di ritocchi), il processo è molto meno fastidioso del dolore della macchinetta (occidentale, NdR), quindi nessun cliente, dopo aver provato la tecnica giapponese, ritorna a quella occidentale.

V: In cosa consiste questa tecnica? So dell’utilizzo dello hari, la bacchetta di bambù dotata di aghi. È quella?

H: Si anche se esistono molte varianti: lunga, corta e diversi stili di ingresso dell’ago nella pelle.

5. Roberto Borsi/Horibudo al lavoro
(foto gentilmente concessa da Roberto Borsi)

V: Cosa significa per lei essere entrato a far parte di quella famiglia? Potrebbe, ad esempio, permettere a qualche altro tatuatore di entrarci?

H: No solo il maestro decide. Francamente io sono un allievo e per fortuna ho solo da imparare.

V: Un’ultima domanda: i clienti che vengono da lei a farsi tatuare hanno idea del significato dei vari soggetti?

H: Diciamo che essendo anni che cerco di diffondere la cultura del tatuaggio tradizionale giapponese, spesso capitano clienti che hanno le idee chiare, ma capita anche chi vuole farsi guidare nella ricerca di soggetti più particolari con significati non espliciti. E quindi personalizzare ancora di più il risultato finale.

V: Dev’essere molto interessante parlare di questi temi con qualcuno di esperto. La ringrazio moltissimo per aver risposto alle nostre domande.

Nonostante ciò, sono ancora molte le curiosità che nascono spontaneamente riguardo una tradizione così affascinante.

6. Esempio di Shishi, il tradizionale leone giapponese, realizzato da Roberto Borsi/Horibudo
(foto gentilmente concessa da Roberto Borsi)

Bibliografia essenziale

– S. Fellman, The Japanese Tattoo, New York, Abbeville Press, 1987
– C. Brogi, Irezumi. Viaggio nel sistema penale dell’antico Giappone, Phasar Edizioni, 2018
– Y. Moriarty, Il tatuaggio giapponese. Significati, forme e motivi, L’ippocampo, Milano, 2020

Articolo pubblicato da Vanessa Ferrando

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