Vita segreta di Gustave Caillebotte: “L’uomo senza inverno” di Luigi La Rosa

Nella letteratura contemporanea sembra vigere ormai una regola sottesa e tuttavia onnipresente, volta a eviscerare la struttura interna del discorso, scarnificandola quasi, nel nome di una presa diretta, di un “grado zero”, tali da avvicinare il lettore alla storia mediante un linguaggio più che mai schietto.

Al contempo resistono qua e là barlumi mutuati da un’antica letteratura, esemplari di uno stile ragionato sulla tradizione, tesi verso l’obiettivo di mantenere alta la tendenza postmoderna afferente al recupero mescolante del “classico”. In un lido del genere vanno mostrandosi prove certamente discutibili, dove l’attingere a una struttura aulica – o più semplicemente consolidata dalla tradizione – funge da pretesto per rocamboleschi voli pindarici e arzigogoli letterari privi di sostanza, nei quali la forma e la spettacolarità, al pari d’un qualsiasi esempio di barocco deformato, puntano alla meraviglia senza mostrare alcun contenuto ulteriore.

Fortunatamente, in tale contesto, vi sono delle eccezioni. Alcuni sparuti autori infatti, cimentandosi nella narrazione adottano uno stile solo apparentemente desueto, riuscendo nell’intento di dare ai lettori un testo di qualità, sia a livello di contenuti che di stile. È quel tipo di letteratura classificata come d’ambientazione, molto spesso secondo un’accezione negativa. Tuttavia, il recupero anche filologico della letterarietà della storia può generare risultati degni di nota. Uno degli esempi più recenti in tal senso è offerto dal romanzo L’uomo senza inverno di Luigi La Rosa, che ci racconta la vita e l’opera romanzate di Gustave Caillebotte, genio pressoché dimenticato dell’Impressionismo.

La Rosa non scrive ma disegna, tratteggia, dipinge e riporta in auge la figura del giovane pittore che fu uno degli esponenti chiave dell’Impressionismo, oggi relegato in secondo piano rispetto ai ben più osannati Monet, Renoir, Degas. Già all’epoca egli veniva menzionato dal grande pubblico non tanto per la sua mirabile produzione pittorica, quanto per il suo mecenatismo. Già un poco avveduto Émile Zola lo ricordava come il garçon riche capace, attraverso le proprie finanze, di sostenere il programma espositivo impressionista. Tuttavia la figura di Caillebotte non si risolse solo in qualità di rampollo illuminato e, più tardi, di collezionista stesso degli esiti impressionisti. La sua opera pittorica tentò di emergere più e più volte al fianco degli altri nomi dell’esperienza francese, secondo un’accezione non succube dello stilema impressionista dettato da Monet, ma personalmente rielaborata secondo una chiave di lettura capace di armonizzare il taglio e la luminosità della novità fotografica col disegno d’origine accademica.

Negli intenti rivoluzionari degli artisti refusées, poi conosciuti come Impressionisti, non c’era posto per una reminiscenza del passato artistico. In tal senso, l’opera stessa di Caillebotte veniva mal compresa già dai suoi colleghi, che non seppero coglierne appieno la sensibilità e il genio creativi. È ciò che emerge costantemente nel racconto di La Rosa, nel quale Gustave è presentato come un’anima tormentata, in una continua tensione tra la volontà d’esprimere sé stesso e tutte le proprie potenzialità e la paura di dare libero sfogo a pulsioni inconfessabili, come quella per Vincent, il primo giovane modello poi cristallizzato nella tela Les rabouteurs de parquet.

Gustave Caillebotte, Les raboteurs de parquet, 1875, olio su tela
Parigi, Musée d’Orsay

Pagina dopo pagina, in L’uomo senza inverno emerge la lotta interna in Caillebotte, pittore eccellente nella trattazione del corpo maschile: una passione artistica e umana trattenuta, ben chiusa in un cassetto per evitare la bruciante censura del pregiudizio sociale. Eppure vediamo che, dall’inizio della storia, in quel fatidico 1863 – anno della presentazione al Salon des Refusées di Le déjeuner sur l’herbe di Manet – anche Caillebotte matura un un suo riscatto, dapprima verso la propria famiglia che vedeva nella pittura un mero passatempo e successivamente dal mondo artistico parigino, smarcandosene con grazia, originalità e mostrando di avere, a dispetto di tutti, una propria cifra stilistica ben definita e diversa rispetto a quella degli altri Impressionnistes.

Gustave Caillebotte, seconda versione de Les raboteurs de parquet, 1876

Dalle passeggiate nella natura ai boulevard parigini, dalle riunioni nei café coi colleghi Monet, De Nittis, Degas e il resto del cenacolo impressionista, Luigi La Rosa intende riportare alla nostra attenzione la storia di una società in transizione, tesa tra lo spirito rétro e l’evoluzione contemporanea. Lo fa con uno stile sostenuto e volutamente agée, intriso di brani lirici non banali, all’insegna del recupero della storia segreta di Gustave Caillebotte, della cui vita privata sappiamo ben poco. Frutto di uno studio pluriennale sull’artista, questo romanzo si mostra come un prodotto letterario ibrido, una continua oscillazione tra finzione, biografia storica e romanzo di formazione. L’intento ultimo di Luigi La Rosa è quello di ricostruire idealmente la memoria incrociata tra storia, arte e vita di un pittore ancora oggi tutto da riscoprire. Un uomo – e un artista – che non conobbe mai l’inverno, «stagione dell’arte serena» secondo la citazione di Stéphane Mallarmé in esergo al romanzo: una vita tormentata, vissuta nel fuoco dell’ispirazione artistica, cesellata e racchiusa in questo romanzo sì gentile, eppure magistralmente eloquente.

Ormai era talmente chiaro che nasconderlo a se stesso sarebbe stato inutile. Il suo modo d’amare costituiva un privilegio, ma di quelli che dividono, che spaventano, che mettono fratello contro fratello, madre contro figlio, marito contro moglie. Lo aveva costretto a fuggire, a proteggersi, a tenere nascosto il proprio lavoro. Eppure Gustave sapeva di essere un artista, e come fa un artista a occultare il proprio dono?

Luigi La Rosa, L’uomo senza inverno
Piemme, 2020 (1° edizione)
434 pagine
ISBN: 9788856670707

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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