Helen Jukes, “Il cuore di un’ape. Il mio anno da apicoltrice di città”

Durante l’epidemia da COVID-19 abbiamo visto quanto la Natura sappia rigenerarsi quando l’uomo, di solito prepotentemente presente, non interferisce col suo fluire. Dopo poche settimane di chiusura totale abbiamo visto immagini e video di animali che si riappropriavano degli spazi da tempo rubati loro dall’essere umano. Essi stavano cominciando a ritrovare una memoria antica, un pensiero atavico di bellezza primitiva di cui la nostra specie sembra pressoché manchevole.

Guardando a tutto ciò e ritornando alla vita di sempre bisogna riformulare il nostro agire sul mondo che ci circonda, riflettendo sul fatto che l’uomo non è altro che un ospite della Terra, non il suo padrone incontrastato. Questa volontà in realtà non è totalmente figlia delle riflessioni maturate durante la pandemia. Ancor prima del diffondersi di questa, in tutto il mondo si chiedeva un’azione concreta per salvare la Terra, nel nome di una cooperazione sensibile nei confronti delle necessità della Natura. Non è un caso che molti movimenti ecologici negli ultimi anni abbiano avuto un’incidenza tale da cambiare, in parte, anche la nostra stessa percezione dell’esterno, arrivando qualche volta anche a mutare le nostre abitudini di consumo. Tra i fenomeni più interessanti in tal senso vi è quello, sicuramente non compatto come altri movimenti più famosi, dell’incremento dell’apicoltura in tutto il mondo.

Sappiamo infatti che a causa di pesticidi e veleni di vario genere le api e tutti gli impollinatori presenti in natura stanno morendo inesorabilmente. La prospettiva futura è pressoché apocalittica: se non si tolgono di mezzo concimi e diserbanti che paralizzano e ammorbano questi piccoli esserini, l’intera vita sulla Terra sarà compromessa e, di conseguenza, anche la sopravvivenza dell’uomo sarà a rischio. In alcune parti del mondo già da tempo mancano gli insetti impollinatori. Il caso della Cina è emblematico in tal senso: per ovviare al “problema naturale” sono stati costruiti macchinari in grado di impollinare i fiori, così da rimediare all’assenza del protagonista per eccellenza di questo meccanismo: l’ape.

Tra le creature più affascinanti del mondo naturale, l’ape è stata oggetto di incessanti studi scientifici e talvolta si è vista protagonista nella letteratura. Uno degli esempi maggiormente significativi riguardo quest’ultimo aspetto è fornito dal racconto di Helen Jukes, Il cuore di un’ape, di recente pubblicazione in Italia presso Einaudi.

Il libro, a metà strada tra la narrativa di formazione e l’autobiografia, racconta il rito iniziatico dell’autrice nel suo personale approccio al mondo dell’apicultura. Arrivata alla soglia dei trent’anni e senza alcun appiglio stabile, che esso sia lavorativo, affettivo o, più semplicemente di autorealizzazione, Helen capisce che qualcosa deve necessariamente cambiare e, per farlo, ha bisogno di ricominciare mettendo mano alle fondamenta spirituali della propria vita. Otterrà questo risultato non andando in cerca di una nuova casa, ma costruendone una speciale, dove far confluire il proprio spirito e le proprie speranze: un’arnia. Grazie ai preziosi consigli da vecchi e nuovi amici, alle letture sulla storia e la scienza dell’apicoltura e alle fondamentali dritte pratiche sulla corretta gestione dell’arnia e della colonia che la abita, Helen si costruisce quasi mattone dopo mattone quello che poi diventerà il suo ideale rifugio dallo snervante tran-tran quotidiano.

L’approccio adottato dall’autrice nei confronti del mondo delle api non è di certo ortodosso. Sentendo l’esigenza di cambiare le prospettive della propria vita, Helen guarda all’apicoltura come a un processo terapeutico senza un obiettivo prefissato, ma più che mai aperto e mutevole. La vera novità nella storia raccontata in Il cuore di un’ape è la proposta di una progressiva riappropriazione dei sensi non in una prospettiva antropocentrica – per la quale l’uomo finisce sempre per ambire – ma tutta votata verso l’esterno, verso la Natura. Sentire l’arnia per Helen Jukes significa “acquisire una percezione più completa del nostro rapporto con il mondo – di come influenziamo gli ambienti e di come questi influenzano noi. Non cura semplicemente un ego stanco, ma punta all’impresa più lenta e impegnativa di creare esseri umani più sensibili”.

Nel progredire della storia emerge l’importanza di valori universali come la cura, la fiducia e la vulnerabilità, seguiti da meditazioni profonde sulla creazione di legami originali e sulla possibilità, sempre presente, di trovare strade alternative.

Il comportamento e il volo stesso delle api suggerisce quindi una riflessione di più ampio respiro sulla libertà: le api infatti, per quanto addomesticate all’interno di un’arnia, mantengono sempre la propria indipendenza nei confronti di chi se ne prende cura, suggerendoci una libertà incondizionata, bella e fruttuosa come il loro volo alla ricerca dei fiori migliori.

Con una scrittura limpida e chiara, Il cuore di un’ape contiene una proposta concreta al desiderio umano di riconnettersi alla Natura nel nome del rispetto e della cooperazione. Meditazioni e riflessioni profonde vengono trattate con estrema delicatezza, nella certezza che la storia proposta riuscirà a smuovere qualcosa dentro chiunque la leggerà.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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