ArtShaker #71: Dal Giappone alla Sicilia, la storia di O’Tama Kiyohara

Ogni appassionato/a d’arte avrà sentito parlare almeno una volta del Japonisme, termine che indica quel fenomeno culturale che si sviluppa nella seconda metà del XIX secolo e che identifica l’influenza dell’arte giapponese sulla pittura occidentale. Nella terra del Sol Levante questi furono anni di grande agitazione, causata dallo scontro tra due opposte fazioni: chi desiderava proseguire nel grande isolamento nipponico e chi desiderava una politica di apertura nei confronti dell’Occidente. È nel 1868, con il trionfo dei progressisti, che si assiste all’inizio di una nuova era: il periodo Meiji (1868-1912) sotto il regno dell’Imperatore Mutsuhito. Il governo, volendo modificare il tessuto sociale e politico del paese indirizzandolo verso il modello occidentale, decide di aprire diverse rotte commerciali. Sul mercato europeo iniziano a circolare le produzioni delle stampe giapponesi che approdano in particolare a Parigi. Queste stampe, che tanto influenzeranno gli artisti impressionisti, presentano lo stile pittorico Ukiyo-e, un mondo fluttuante e bidimensionale, fatto di scene popolari e quotidiane, di geishe e di lottatori di sumo.

Utagawa Hiroshige, Kawasaki. Il traghetto di Rokugô, 1848-49 ca., Honolulu, Museum of Art

È il momento in cui anche il Giappone scopre la ricca vicenda pittorica occidentale, scoperta che produce negli ambienti artistici una sorta di complesso. Il governo giapponese decide così di stipulare un contratto con l’Italia affinché giungano in patria diversi artisti – selezionati dall’Accademia di Brera – con lo scopo di fondare a Tokyo una scuola che insegni i metodi e le tecniche dell’arte occidentale. L’arretratezza tecnologica giapponese investe diversi campi, ma non quello artistico, in cui è radicata una peculiare tradizione secolare. Tuttavia l’Imperatore desidera fortemente la formazione di una scuola d’arte che sia in linea con le sperimentazioni della pittura moderna europea, inaugurando inconsapevolmente il tramonto dello stile Ukiyo-e più tradizionale, con un Oriente che cattura tecniche e affanni della pittura occidentale. Viene fondata così nel 1876 la scuola d’arte Kōbu Bijutsu Gakkō, composta esclusivamente da docenti italiani: l’architetto Vincenzo Cappelletti, il pittore Antonio Fontanesi e lo scultore Vincenzo Ragusa. Il corso di Ragusa, in particolare, introduce in Giappone il concetto artistico di scultura, ridefinendo ciò che fino ad allora veniva considerato puro artigianato, privo di qualunque valore artistico.

Vincenzo Ragusa, Ritratto di O’Tama Kiyohara, 1883, Galleria d’Arte Moderna, Palermo

Ma cosa succede agli artisti giapponesi che entrano in contatto con il mondo occidentale? Con quel particolare substrato culturale fatto di naturalismo, verismo e rigore prospettico? È così che nasce l’affascinante storia di O’Tama Kiyohara, pittrice che per amore dello scultore Vincenzo Ragusa decide di trasferirsi a Palermo, città che la ospitò per 51 lunghi anni. Diviene così una delle protagoniste della pittura siciliana dell’epoca e una delle prime artiste nipponiche a far propri i modi della cultura artistica e figurativa occidentale. Il suo vero nome era Tayo, mentre il soprannome Tama significa “sfera di cristallo lucente”. O’Tama nacque a Tokyo il 10 giugno 1861, e visse assieme al padre Sadakichi Kiyohara, che si occupava del cerimoniale al tempio Zôjoji, alla madre O’Kane e alla sorella O’Chiyo.

O’Tama Kiyohara ritratta in abiti occindentali

La giovane O’Tama si formò con il maestro Eysu, esponente della pittura tradizionale giapponese. Il suo stile, che diventerà la sintesi delle due culture, giunge a maturazione soltanto grazie al rapporto che si instaura con Ragusa. I due si conobbero nell’autunno del 1877, durante una passeggiata dello scultore nei pressi del tempio Zôjoji, adiacente alla scuola d’arte. Vide così per la prima volta la giovane e minuta ragazza, intenta a dipingere nel giardino della propria abitazione. Decise di avvicinarsi e di mostrare alla giovane un veloce autoritratto realizzato sul momento: O’Tama inizialmente rifiutò il realismo di quell’opera, così lontana dalla sua cultura figurativa. I due iniziarono a frequentarsi e Ragusa introdusse lentamente O’Tama all’arte occidentale, stimolandola a riprodurre il vero e le varie forme della natura, oltre che diversi oggetti di artigianato orientale che lo scultore collezionava ossessivamente dal suo arrivo in Giappone.

O’Tama Kiyohara, Paesaggio giapponese, 1880 ca., 99 x 130,5 cm, olio su tela

La scuola chiuse nel 1883 quando le idee nazionalistiche tornarono ad essere molto forti, ponendo grossi limiti all’influenza occidentale sull’arte giapponese. Così, dopo svariati viaggi compiuti per il Giappone, Vincenzo Ragusa, O’Tama – che allora aveva soltanto 21 anni – e la sorella O’Chiyo insieme al marito Einosuke Kiyohara, partirono per la lontana Sicilia, nel tentativo di realizzare il grande sogno di Ragusa: aprire una Scuola d’Arte Orientale in Sicilia. Inizialmente O’Tama subisce un trauma, ma con il tempo arriverà ad amare così tanto quella terra lontana da non volerla lasciare a nessun costo. Quando nel 1884 viene istituita la Scuola d’Arte Orientale, riconosciuta l’anno successivo con regio decreto come Regia Scuola superiore d’Arte applicata all’industria, O’Tama diviene direttrice della sezione femminile (abolita nel 1894) e docente di ceramica, O’Chiyo docente di ricamo ed Einosuke dirigente dell’officina della lacca. Un’esperienza che propaga anche in Sicilia il gusto orientale e che contagia numerosi artisti e decoratori del Liberty palermitano. L’Istituto, innovativo e dal respiro internazionale, subisce un declino a causa delle sempre minori risorse economiche. La scuola, ossessione di tutta la vita di Ragusa, doveva essere affiancata da un museo con i circa 4.000 pezzi raccolti durante la sua permanenza in Giappone. Con regio decreto del 1887 viene chiuso il museo giapponese, e nel 1888 Ragusa vende i numerosi pezzi della collezione al Museo Pigorini di Roma per poter finanziare la sua scuola d’arte. Nonostante il tentativo, a causa delle forti difficoltà trovate nell’ambiente palermitano, la scuola viene soppressa. Nel 1905, in ricordo dell’esperienza, nasce l’Istituto Statale d’Arte, ancora oggi esistente, intitolato a Vincenzo Ragusa e Otama Kiyohara. Si chiude così il grande progetto di Ragusa, che avrebbe dotato Palermo di un’importante scuola di arti applicate e di un museo di arte e artigianato orientale, rendendola una delle poche sedi italiane di un museo d’arte orientale.

O’Tama Kiyohara, Due Geishe, arazzo dipinto, Palermo, collezione privata

Le nozze tra Vincenzo e O’Tama furono celebrate dopo la conversione al cattolicesimo della pittrice nel 1889. Al battesimo di O’Tama la madrina fu la principessa Rosa Mastrogiovanni Tasca, moglie del principe di Scalea Francesco Lanza, che scelse per lei il nome di Eleonora, figlia morta giovanissima durante il parto. Per lei, O’Tama realizzò i dipinti parietali di Villa Guzzardi a Tommaso Natale. Così, mentre la sorella e il cognato rientrano a Tokyo a causa del fallimento del progetto di Ragusa, O’Tama con il suo matrimonio si lega indissolubilmente alla terra siciliana. Fu Vincenzo a spingere la ragazza a prendere delle lezioni dal suo vecchio maestro, il pittore Salvatore Lo Forte, allontanandola così dallo stile orientale di cui conserverà degli echi. Se in Giappone lo stile di O’Tama aveva seguito la tradizione locale, adesso le sue composizioni calibrate, l’attenzione agli effetti della luce e la sua sensibilità pittorica spiccata si mischiano ai suggerimenti ricevuti da Ragusa, provocando un’inversione singolare: mentre in Occidente le stampe bidimensionali orientali danno vita al già citato Japonisme, O’Tama scopre il naturalismo occidentale e il rigore prospettico, accogliendo le nuove tecniche in una pittura che mantiene un legame con la tradizione attraverso i soggetti rappresentati. L’arte di O’Tama è un continuo richiamo alle atmosfere orientali, ma dal grafismo giapponese l’artista giunge al naturalismo occidentale. Un lessico fatto di fiori, paesaggi idilliaci, donne abbigliate all’orientale, un gusto per il colore sempre più lezioso. L’arte applicata diviene un grande campo d’azione, di cui si ricordano paraventi, ventagli, cuscini, interamente decorati da aironi, cigni, farfalle. In Paravento con fenicotteri l’iconografia nipponica viene riletta in chiave occidentale e ottocentesca.

O’Tama Kiyohara, Paravento con fenicotteri, Roma, collezione privata

Palermo visse in questo periodo grandi fermenti culturali e di crescita sociale: nel 1891 le famiglie Whitaker e Florio promossero la realizzazione dell’Esposizione Nazionale a Palermo, in cui Eleonora e Vincenzo ebbero dei ruoli importanti: Vincenzo, in qualità di delegato del ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, si occupò della Divisione XI, in cui promosse una mostra di lavori delle scuole d’arte applicata all’industria della penisola. Eleonora era ormai artista a pieno titolo, inserita nella cerchia della pittura locale. Espose tre opere al padiglione delle belle arti, a misura del credito che ormai aveva acquisito. La tela più nota è La notte dell’ascensione, un notturno della marina di Palermo, in cui gli squarci di luce che giungono dalle barche illuminano la folla gremita, riunita per la benedizione degli animali. La marina era stata una delle prime vie ad essere dotata di illuminazione elettrica, straordinaria novità. Il pallone aerostatico in lontananza, che fu una delle attrazioni principali dell’Esposizione, riporta la scritta ascensione.

O’Tama Kiyohara, La notte dell’Ascensione, 1891, olio su tela
Palermo, Civica Galleria d’arte Moderna “E. Restivo”

Nonostante la mancanza di opere datate (spesso troviamo soltanto la firma dell’artista sotto diverse forme, quali Otama Ragusa, Eleonora Kiyohara, Eleonora Ragusa), si nota una maturazione interna alla pittura dell’artista, con pennellate sempre più fluide e corpose. Il tema che affascinerà O’Tama per tutta la vita è quello dei fiori, di cui ci sono giunte infinite varianti, tradotte in delicatissimi dipinti a olio e acquerelli da cui non vengono esclusi i soggetti del mondo animale. Raffinatissimi e intimi anche i ritratti; ma è con la pittura decorativa di ambienti che O’Tama affronta le sfide più grandi e in cui diviene chiara la conoscenza diretta dei pittori italiani, in particolare della decorazione settecentesca siciliana. Nei dipinti parietali di Villa Guzzardi a Tommaso Natale – Oggi Majo – troviamo un cromatismo cangiante che si mescola a giochi prospettici che colgono ogni dato formale. L’ampia casa in campagna venne decorata con dei temi diversi per ogni sala. Nella prima, tra stucchi classici, si ergono scene pittoriche che ritraggono elementi naturali, atmosfere idilliache, mentre nella sala da pranzo troviamo paesaggi campestri e marini con vedute dei dintorni della casa.

Un dipinto di O’Tama Kiyohara senza titolo e data

O’Tama divenne frequentatrice di salotti esclusivi e più crebbe la sua fama, più la sua figura si staccò dal consueto immaginario della donna artista, dedita a ricamare e dipingere in casa e non considerata come vera professionista. Le artiste non potevano vendere i loro prodotti, una facoltà prettamente maschile, mentre per Eleonora le commissioni divennero sempre più fitte. L’artista ricevette molti premi in varie esposizioni e partecipò anche alla Biennale di Venezia con dei ricami raffinati. Con il tempo divenne l’insegnante della borghesia palermitana e creò una fitta cerchia di giovani allieve che la seguivano con affetto e ammirazione.

O’Tama Kiyohara, Garofani, 1933, olio su tela, Palermo, collezione privata

Alla morte di Vincenzo l’artista ricoprì tutte le pareti di casa con decorazioni floreali. Dopo la perdita Eleonora si fermò a Palermo per circa sei anni, durante i quali frequentò gli allievi e gli amici più cari. Nonostante il desiderio più intimo di Eleonora fosse quello di rimanere in quella terra che con non poche difficoltà aveva imparato ad amare, nel 1931 una nipote, Hatsue, arrivò a Palermo per ricondurla a Tokyo. Solo dopo due lunghi anni, e dopo la minaccia di suicidio da parte della nipote, Eleonora si convinse a tornare in Giappone. Partì il 16 settembre del 1933, dopo aver imballato le sue opere e quelle del marito (alcune donate al Museo dell’Università di Tokyo) per spedirle a Tokyo. L’artista esule continuò a dipingere anche in Giappone firmando con il nome di Eleonora Ragusa: aprì un atelier a Shiba e realizzò molti dipinti in cui vi è un nostalgico ritorno allo stile orientale. Molte delle sue opere si persero durante la guerra, ma sopravvissero i disegni che realizzava per quotidiani e riviste. L’artista si spense nel 1939 a Shiba e metà delle sue ceneri, nel rispetto delle sue volontà, ritornarono a Palermo, poste nella tomba di Vincenzo nel Cimitero Palermitano dei Rotoli, mentre l’altra metà si trova in Giappone, nel tempio di famiglia Chōgen-ji. L’artista, celebre in Giappone, è meno conosciuta in Italia, ma la sua particolare esperienza, unica nel suo genere, è valevole di essere raccontata e indagata fino in fondo.

Bibliografia essenziale
Fabio Oliveri, Otama. Dal Sol Levante all’isola del sole. Una pittrice giapponese in Sicilia dal 1882 al 1933, Krea, Palermo, 2003
Maria Antonietta Spadaro, O’Tama e Vincenzo Ragusa. Echi di Giappone in Italia, Edizioni d’arte Kalós, Palermo, 2008
Maria Antonietta Spadaro (a cura di), O’Tama e Vincenzo Ragusa. Un ponte tra Tokyo e Palermo, Catalogo della mostra allestita a Palazzo Sant’Elia, Palermo (12 maggio – 28 luglio 2017), Edizioni Fondazione Sant’Elia, 2017

Articolo pubblicato da Eugenia Mandaglio

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. mocaiana ha detto:

    Un bellissimo post, di cui ti ringrazio.

    Piace a 1 persona

  2. Grazie mille a te per averlo apprezzato! è tutto merito di @eugeniamandaglio, l’autrice dell’articolo!

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