Jun’ichirō Tanizaki, “La gatta, Shōzō e le due donne” – MilleGru #3

Vero maestro del sentimento corrosivo, Jun’ichiro Tanizaki nei numerosi romanzi e racconti pubblicati indugia spesso nell’analisi, spietata quanto divertita, dei rapporti umani e delle passioni ossessive. Come già in La chiave, anche nel romanzo La gatta, Shōzō e le due donne – recentemente pubblicato con una nuova traduzione da Neri Pozza – l’autore giapponese orchestra un teatrino diremmo dell’assurdo, nel quale pone il lettore di fronte alla degenerazione ossessiva degli affetti.

Protagonista del racconto è un triangolo amoroso tra Shōzō, perfetta incarnazione dell’indolenza e dell’accidia, Shinako, la sua ex moglie, e Fukuko, cugina che egli sposa per interessi economici. Il pretesto che fa scoppiare la prima coppia non è la futura sposa, né altre donne, bensì una gatta, l’amatissima Lily. Servita e riverita al pari di un’imperatrice, coccolata e pasciuta come il più bello dei neonati, Lily è letteralmente idolatrata da Shōzō, il quale arriva anche a privarsi dei propri pasti per concedere al felino leccornie e pranzetti extra. Oltre le attenzioni dedicate alla gatta, Shōzō è il ritratto dell’anaffettività, ignorando quasi totalmente Shinako, anzi, arrivando ad esserne infastidito. Per contro, accetta di buon grado qualsiasi esigenza di Lily, ne subisce perfino i morsi e i graffi, godendone come se fossero rituali erotici orchestrati dalla più passionale delle donne. Arriva addirittura a portarsela a letto, distruggendo una volta per tutte l’intimità coniugale nel futon. Tutto in nome del gradevole calore del corpo di Lily e delle sue fusa calmanti.

Shinako, divorata da un’inspiegabile gelosia, vedendo che qualsiasi rimprovero scivola su di Shōzō come una goccia d’acqua, inizia a rifarsi sulla gatta, maltrattandola sadicamente. Sarà questo il punto di non ritorno per il matrimonio con l’uomo. Vista l’indigenza in cui versa la casa – Shinako infatti si prodiga in mille lavoretti, mentre Shōzō pur di non lavorare ricorre a stratagemmi e prestiti mai restituiti – la perfida suocera coglie la palla al balzo. Sfruttando le vessazioni della donna sulla povera gatta, la madre convince il figlio ad allontanare la sposa dalla casa. In realtà alla suocera non frega un bel niente del felino, le sue prospettive sono ben più ampie e subdole: ordisce infatti un matrimonio combinato – e di convenienza – tra Shōzō e Fukuko, una sua giovane cugina con una discreta dote.

Shinako viene quindi malamente tolta di mezzo e il matrimonio con Fukuko viene celebrato in fretta e furia. Tutti felici e contenti, almeno per i primi, teneri tempi. Ma si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio: dopo qualche tempo anche Fukuko inizia a stancarsi dell’atteggiamento di Shōzō e dell’idolatria che nutre per Lily. La storia sembra stia quasi per ripetersi, tuttavia succede un evento inatteso: Shinako, prostrata e depressa dopo la rottura del matrimonio con Shōzō, scrive alla sua nuova moglie per chiederle un favore: convincere il marito a cederle la gatta come ricordo di quel matrimonio finito così bruscamente. Fukuko accetta, tramando un piccolo colpo di stato coniugale, forte delle proprie finanze che ora reggono l’intera casa. Shōzō – ora più che mai l’eterno e indolente bambinone – non sa proprio rinunciare a Lily e finisce per escogitare dei rocamboleschi appostamenti notturni presso la nuova dimora della gatta, tutto nel nome di un amore incondizionato, anche a costo di rischiare di rivedere l’ex moglie.

Il racconto lungo di Tanizaki è, al pari di altri suoi scritti, solo una commedia di superficie, un divertissement che celaun’analisi spietata delle ossessioni umane. Ci si accorge man mano di questa dualità narrativa – tipica della cifra stilistica dell’autore giapponese – e non si può che rimanerne affascinati. Si tratta a tutti gli effetti di una storia di solidarietà femminile: Shinako, Fukuko e persino Lily fanno fronte comune contro l’indolenza irrefrenabile di Shōzō, suggerendo così una critica nei confronti della società e della cultura giapponesi, nelle quali la donna spesso subisce il volere dell’uomo, in una condizione di anacronistica subalternità.

Tuttavia nemmeno le donne sono esenti dalle critiche costruite dalla penna pungente di Tanizaki. L’unico personaggio col quale l’autore sembra accondiscendere bonariamente è la gatta Lily. Risultano memorabili i passaggi che ne raccontano il manto tartarugato ingrigito dal tempo, gli occhi velati di malinconia, le sortite sinuose. Vero e proprio fil rouge della storia, Lily è il motore della narrazione ed è attraverso di essa che l’autore smaschera le contraddizioni e le ossessioni degli umani. Tutto infatti ruota attorno alla gatta, con tocchi di poeticità che ogni buon gattaro non potrà che amare.

Non aveva neanche l’ombra di un vero amico col quale confidarsi e si sentiva sempre solo, afflitto e insicuro. Quel senso di solitudine era forse all’origine del suo profondo attaccamento nei confronti di Lily. Difatti aveva l’impressione che soltanto lei, con quegli occhi pieni di malinconia, fosse capace di indovinare i suoi pensieri tristi e consolarlo, mentre né Shinako né Funuko, e ancor meno sua madre, lo avevano mai capito. Tra l’altro, era convinto di essere il solo in grado di cogliere quella peculiare tristezza animale che la gatta serbava dentro di sé senza aver modo di comunicarla agli esseri umani.

Incisivo, delizioso, accattivante, La gatta, Shōzō e le due donne è il libro giusto per tentare un primo approccio con l’opera di Tanizaki Jun’ichiro o, in alternativa, per raccoglierne un ulteriore tassello, qualora lo si conosca già.

 

Tanizaki Jun’ichiro, La gatta, Shōzō e le due donne
Neri Pozza, 2020 (1° edizione)
Nuova traduzione a cura di Gianluca Coci
128 pagine
ISBN: 9788854520288

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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