ArtShaker #72: La Villa del Casale a Piazza Armerina

La storia della Sicilia è legata ai popoli che nei secoli l’hanno abitata. L’isola fu meta, sin dalla preistoria, di dominatori attratti dalla sua ampiezza e centralità nonché dalla sua inesprimibile bellezza. L’avvicendarsi di diverse civiltà ha reso quest’isola ricca di segni che il tempo ha custodito fino ai nostri giorni. Ciclopi, Lestrigoni, Sicani, Elmi, Siculi e poi Fenici e i loro discendenti Cartaginesi, quindi Greci, Romani ed i successori barbari dimostrano una verità comune: la Sicilia fu lo spartitraffico naturale fra Occidente e Oriente dai tempi protostorici fino ai giorni d’oggi.

Nel cuore della mia terra, a pochi chilometri dall’abitato di Piazza Armerina, sorge una villa tardo imperiale conosciuta con il nome di Villa del Casale. Considerata tra i più eccelsi monumenti romani di tutto il mondo, totalmente immersa nel verde lussureggiante tipico di questa terra, il sito si presenta al visitatore come un vero e proprio Eden.

Veduta esterna della Villa del Casale a Piazza Armerina (EN)

La scoperta della villa si deve a Gino Vicinio Gentili che nel 1950 ne intraprese l’esplorazione in seguito alle segnalazioni di molti abitanti del posto. Basandosi principalmente sullo stile dei mosaici, lo scopritore datò in un primo momento l’impianto della sontuosa abitazione, sorta su una più antica fattoria, non prima della metà del IV secolo. In seguito, lo stesso studioso assegnò la villa all’età tetrarchica. Secondo Ranuccio Bianchi Bandinelli l’ampliamento della villa e l’esecuzione dei mosaici vanno collocati al primo venticinquennio del IV secolo, ispirandosi alla villa di Adriano a Tivoli. La magnificenza del luogo e gli splendidi mosaici conservati al suo interno, sono tutelati dall’UNESCO e sono inseriti nella World Heritage List dal 1997.

La villa del Casale si estende per oltre 4000 mq posti su di un declivio collinare e in leggera ascensione, con diversi orientamenti assiali, tuttavia strettamente connessi tra loro. La residenza si compone di circa cinquanta stanze, la maggior parte decorate con splendidi mosaici che coprono una superficie di circa 3500 mq. Il sito archeologico è caratterizzato da un ingresso monumentale ed è suddiviso in tre settori: la zona termale, con i classici frigidarium, tepidarium e calidarium, palestra e piscina; la seconda zona si sviluppa intorno al peristilio porticato che conduce all’area dedicata agli appartamenti privati e alla foresteria; da qui inizia il corridoio della Grande Caccia, che conduce alla Basilica, il salone di rappresentanza; la terza parte è costituita dal triclinio con il cortile colonnato destinato ai banchetti e ai ricevimenti.

Nonostante le apparenti asimmetrie planimetriche, la villa sarebbe dunque il frutto di un progetto organico e unitario che, partendo dai modelli correnti nell’edilizia privata del tempo (villa a peristilio con aula absidata e sala tricora), si notano una serie di variazioni in grado di conferire originalità e straordinaria monumentalità all’intero complesso. L’unità della costruzione è testimoniata anche dalla funzionalità dei percorsi interni e della suddivisione tra parti pubbliche e private. La funzione delle sale è di solito suggerita da allusioni che possiamo leggere nei mosaici pavimentali conservati nella villa. 

Il pavimento musivo nella c.d. Sala delle dieci ragazze

Questi mosaici accompagnano il turista in un viaggio alla scoperta di paesaggi esotici, costumi e quotidianità antichissime, che creano in ogni ambiente un’atmosfera emozionante e coinvolgente. Dai soggetti e dallo stile artistico di questi si deduce che furono realizzati con molta probabilità da artisti orientali, provenienti dall’Africa; lo stile si riallaccia all’arte musiva africana, in particolare a quella della Mauritania, ma le raffigurazioni sono di chiara impronta romana: le scene si distinguono tra soggetti mitologici e rappresentazioni di scene della vita quotidiana romana, ricche di dettagli e cariche di verità.
I più celebri sono quello della Grande Caccia e quello della Sala delle dieci ragazze: si passa dalla scena dinamica della cattura di animali feroci destinati ai giochi dell’anfiteatro, sullo sfondo di uno straordinario paesaggio africano, alla raffigurazione di dieci fanciulle in ‘bikini’ (il primo della storia) impegnate in esercizi ginnici e gare atletiche. Tra le scene di vita quotidiana, oltre alle ragazze in bikini, vediamo anche donne e bambine che intrecciano ghirlande ma anche scene di vendemmia e pesca; tra queste ricordiamo quello degli Eroti pescatori, due amorini su una barca rappresentati con estrema precisione e ricchezza di particolari (fig. 2), soprattutto per quanto riguarda l’ambiente subacqueo e gli animali marini.

Scena degli Eroti pescatori

Dal lato orientale del peristilio si accede al corridoio sopraelevato della Grande Caccia (65,93 m di lunghezza e 5 m di larghezza), con le estremità absidate. Su questo corridoio, elemento di raccordo e separazione tra parte pubblica e privata, si aprivano la grande sala absidata di rappresentanza e gli appartamenti padronali. A dispetto del nome con cui è conosciuto, il soggetto del mosaico pavimentale rappresenta una grande battuta di cattura, non di caccia, di bestie selvatiche per i giochi dell’anfiteatro a Roma: nessun animale viene infatti abbattuto e i cacciatori usano le armi solo per difesa. Le caratteristiche tecniche, unite all’analisi delle cesure evidenti sullo sfondo del mosaico, hanno consentito di individuare sette scene, eseguite da due gruppi distinti di mosaicisti. Le prime tre scene sono realizzate con tessere quadrate di piccole dimensioni (6 mm), di forma regolare, e con una certa quantità di faience; sono impiegate poche scaglie di pietra, e ci sono circa venticinque colori diversi. Le altre scene, nella metà sud del corridoio, sono realizzate con tessere un po’ più grandi (8 mm), con minor precisione nei dettagli; sono presenti quindici colori. La differenza stilistica fra le due parti del corridoio è assai evidente.

Mentre nella metà sud le figure sono secche, schematiche e prive di volume, quelle della metà nord spiccano per la resa plastica e naturalistica dei corpi delle belve e per i volumi dei panneggi in libero movimento. È possibile che la parte meridionale del corridoio sia opera di maestranze più conservatrici, fedeli ai canoni stilistici del III secolo e ai modelli del linguaggio figurativo occidentale, mentre nella parte settentrionale avrebbero lavorato mosaicisti più innovatori e più vicini alla cultura figurativa del IV secolo, che avevano assorbito modelli elaborati in Grecia o in Asia Minore e ancora vicini alla tradizione ellenistica.

Personificazione dell’Egitto, dell’Asia o dell’India

Nelle absidi alle estremità nord e sud del corridoio abbiamo due figure femminili. Quella a nord, molto lacunosa, tiene nella mano destra una lancia e ha ai lati un leone e un leopardo. Si tratta forse della personificazione della Mauritania o, più genericamente, dell’Africa. L’altra figura femminile dalla pelle olivastra, per la presenza dell’elefante dalle orecchie piccole, della tigre e della fenice, rappresenterebbe l’Egitto (Africa orientale quindi) o, secondo altri, l’Asia o l’India. Il resto della decorazione del corridoio è organizzato in tre fasce: quelle laterali con scene di cattura vere e proprie entro confini geografici ben precisi, e quella centrale che rappresenta il trasporto degli animali e zone di mare entro le quali si vedono navi da carico. Le figure nelle absidi quindi sarebbero le personificazioni delle regioni rappresentate nella parte di corridoio vicina, nella quale avveniva la cattura degli animali, convogliati poi al centro per essere spediti a Roma.

L’insieme rappresenta quindi una sorta di compendio su come catturare ogni singola belva, ambientato in due continenti diversi e a uso e consumo del dux di una provincia (i duces avevano infatti l’incarico di procurare le fiere per il circo), forse il proprietario stesso che è probabilmente l’uomo maturo rappresentato nel continente di destra in atto di sovrintendere alla cattura con due soldati. La struttura del mosaico è simmetrica, ma la zona destra è più sviluppata, sia perché le terre che rappresenta sono più vaste (a giudicare dagli animali arrivano a includere zone nilotiche e arabiche), sia perché venga collocato in posizione centrale il personaggio chiave del dominus coi soldati, per intenderci, il padrone di casa!

Il Dominus

Situato negli ambienti di servizio prossimi al peristilio troviamo il mosaico delle dieci ragazze. I manuali di storia dell’arte raccontano soprattutto di quest’ambiente (stanza 36 e 37). Vestite succintamente, con forme procaci più da donne che da giovinette, sono diventate un’icona della Villa del Casale. Indossano quello che ormai tutti considerano il primo “bikini della storia”, secondo alcuni dunque d’invenzione romana, mentre praticano esercizi ginnici, in quella che sembrerebbe una gara atletica. Il bianco domina sullo sfondo del mosaico, forse per non togliere nulla alla bellezza delle figure femminili rappresentate. L’artista ha di proposito voluto evitare l’uso dei colori forti per non distrarre l’occhio dalla bellezza dell’atteggiamento e dalla regalità dei corpi torniti, che hanno davvero dello straordinario. Otto di queste sono raffigurate nei giochi e nello sport. I secoli e un’alluvione si sono portati via per sempre la prima delle ragazze. Ne possiamo ammirare soltanto le gambe.

La messa in opera di questi splendidi mosaici sarà stata richiesta dal proprietario della magnifica villa. Le ipotesi circa l’identificazione di questo personaggio sono molte e ancora oggi incerte. Secondo alcuni studiosi il proprietario della villa sarebbe stato il tetrarca Massimiano (285-305), qui ritiratosi dopo la sua abdicazione. Gli studi storici successivi hanno tuttavia dimostrato che Massimiano trascorse in Campania, e non in Sicilia, i suoi ultimi anni. Più di recente il proprietario della villa era stato identificato con Massenzio, figlio di Massimiano (305-312). In realtà, nulla ci obbliga a vedere nella villa di Piazza Armerina una residenza imperiale. Negli ultimi anni, del resto, gli scavi hanno dimostrato che il possesso di dimore sontuose e con marcato carattere di rappresentanza erano un fenomeno molto diffuso e nient’affatto eccezionale nell’alta aristocrazia romana.

Molto più interessante è la storia della villa nei secoli successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Essa dimostra come la dimora venne abitata nei secoli successivi da nuovi padroni i quali, evidentemente, continuarono ad apprezzare l’arte musiva romana. Infatti, la Sicilia fu in mano a diversi dominatori barbari (Vandali e Ostrogoti) dalla caduta dell’Impero Romano fino al 535 d.C. quando venne riconquistata dal generale bizantino Belisario. I goti la occuparono poi ancora per un biennio (549-551) fino a che non venne riconquistata dai bizantini che la governarono fino al IX secolo quando venne invasa dagli arabi. Sappiamo che in epoca bizantina la villa fu abitata e si giovò anche di restauri. Fu poi occupata anche dagli arabi tanto da assumere il nome di Casale dei Saraceni.
Quando, a metà dell’XI secolo, i normanni conquistarono la Sicilia, anche loro abitarono la Villa del Casale. Tra il XIV e il XV secolo, dopo le devastazioni dei secoli precedenti, si costituì un nuovo centro agricolo denominato il Casale, da cui proviene l’odierna denominazione dell’area archeologica. A seguito di successivi danneggiamenti e alluvioni, e dei conseguenti smottamenti che coprirono molte zone del complesso, l’antico insediamento romano fu abbandonato definitivamente ma è proprio grazie a questa stessa copertura che, nel tempo, l’eccezionale apparato musivo della Villa si è conservato per giungere fino ai nostri giorni.

Quando il turista visita la villa del Casale di Piazza Armerina deve stare bene attento a dove mette i piedi: il pericolo non è tanto quello di inciampare, ma di perdersi il meglio da vedere!

Bibliografia essenziale
Biagio Pace, I mosaici di Piazza Armerina, Roma, Gherardo Casini Editore, 1955
Ranuccio Bianchi Bandinelli e Mario Torelli, L’arte dell’antichità classica, Etruria-Roma, Torino, UTET, 1976
Salvatore Settis, Per l’interpretazione di Piazza Armerina. Antiquité 87, in Mélanges de l’Ecole Française de Rome, vol. 2, 1975

Articolo pubblicato da Eleonora Di Menza

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