ArtShaker #73: Thomas Ruff e l’estetica della bassa risoluzione

Thomas Ruff, jpeg ny02, 2004, © 2018 Artists Rights Society (ARS)
fonte: sito Metropolitan Museum

Ciò che vedete qua sopra non è una foto d’infima qualità, pescata da una ricerca frettolosa e grossolana in Internet. Si tratta, a tutti gli effetti, di una fotografia artistica: jpeg ny02, realizzatadal fotografo tedesco Thomas Ruff. Molti si chiederanno come uno scatto del genere, con una così pessima risoluzione, possa ergersi addirittura a “opera d’arte”. Chi di noi non vorrebbe eliminare questa fotografia dal proprio computer, cercandone una simile e migliore, magari in HD? Google stessa, nella propria ricerca per immagini, tra i primi parametri che propone offre quello dell’alta definizione delle immagini.

Ora vorrei porvi di fronte a una questione più complessa, tesa a smascherare la nostra percezione del mondo: quanti di voi, seppur di fronte a un’immagine evidentemente sgranata, sono riusciti a riconoscervi quel tragico evento che ha segnato la storia contemporanea, cioè l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001?

Il riconoscimento del soggetto raffigurato, seppur di fronte a una serie d’impedimenti visivi, è reso possibile grazie al nostro cervello, il quale riesce a rielaborare ciò che l’occhio vede, suggerendoci una soluzione visiva chiara nella nostra mente. Nel caso dell’immagine qui proposta, il soggetto rappresentato risulta essere uno dei più vistidall’umanità intera: chi non ricorda le immagini terribili e apocalittiche di quell’11 settembre? Le innumerevoli immagini di quell’atto terroristico sono state forse le prime a conoscere una diffusione planetaria e capillare, quando Internet cominciava ad essere utilizzato dai notiziari. Compresse, condivise, trasferite da una pagina web all’altra, queste immagini hanno subìto un’evidente alterazione a livello di pixel, a discapito della loro risoluzione originaria.

L’operazione condotta da Thomas Ruff con questa e altre fotografie della serie JPEGS (2004-2009) riflette in maniera stratificata sulla questione della bassa risoluzione dell’immagine digitale, partendo dalla sua consolidata ricerca della percezione del mondo esterno attraverso il medium fotografico – il quale non è sempre obiettivo, asettico e “a grado zero” come ci verrebbe naturale pensare. Con questa serie– cui alcuni scatti dell’11 settembre appartengono – dedicata alla tipologia di file d’immagine meno nobili e maggiormente soggetti alla sgranatura dei pixel, Ruff indaga le qualità menzognere e, contemporaneamente, quelle squisitamente pittoriche della fotografia digitale. La distorsione e la perdita di risoluzione dell’immagine mostrano l’impalcatura di cui essa si compone, creando così un’inedita visione estetico-percettiva, dove i pixel si mostrano come “singole pennellate postmoderne”.

Thomas Ruff, jpeg ny01, 2004
© Thomas Ruff

Nel discorso sull’identità digitale del medium fotografico entra in gioco anche la questione della suscettibilità delle immagini a essere modificate, rielaborate, in una parola, iconicizzate. Ruff stesso, accorgendosi che i file delle fotografie scattate presso il World Trade Center proprio quel fatidico 11 settembre si erano corrotti, vi opera ritoccandoli e ingrandendoli, provocando così una sgranatura estrema del soggetto fotografato in situ. Se già nei primi anni Duemila il fotoritocco digitale era possibile, immaginiamo quanto quell’imput lanciato dal fotografo tedesco quasi vent’anni fa possa essere importante oggi, dove ogni persona dotata di smartphone ha la possibilità di post-produrre le fotografie che scatta fino a renderle appetibili per i social network. L’operazione portata avanti da Ruff con la serie JPEGS si configura per noi come pioniera della riflessione sul linguaggio e l’espressività della fotografia digitale: non già quella professionale, ma quella domestica, ad uso e consumo d’un qualsiasi cittadino che sfrutti i comparti fotografici del proprio smartphone – o meglio, cameraphone – per esprimere sé stesso attraverso dei post nei propri profili social.

Una riflessione del genere è stata ampliamente trattata da Massimo Mantellini nel suo saggio Bassa risoluzione, nel quale si spiega come il nostro stesso concetto del fotografare in questi ultimi anni stia cambiando repentinamente: non si realizzano più fotografie solo per il semplice gusto di averle, sugellando così il ricordo di un evento particolare: si scattano per postarle nei social network. Lo slittamento della finalità ultima dell’atto fotografico presuppone anche un cambio nella percezione che abbiamo del mondo e delle possibilità esperienziali che offre. Si ricorre così a modelli e prassi consolidati, a filtri e ritocchi per rendere esteticamente apprezzabile ciò che vogliamo mostrare alla società digitale, senza accorgerci di alcuni fattori importanti che determinano la nostra nuova – e già interiorizzata – percezione del mondo. Da una parte, attraverso il ricorso ad una postproduzione sempre più forte, stiamo portando avanti una vera e propria pittoricizzazione della fotografia che denuncia la capacità di mentire della fotografia, distruggendo una volta per tutte la dicotomia fotografia-verità. Dall’altra, non ci accorgiamo del generale abbassamento della risoluzione delle immagini che vediamo e produciamo ogni giorno: basti pensare che un social network come Instagram, nato per dare risalto a contenuti fotografici, presupponga un “peggioramento di default” della qualità dell’immagine postata. Lo stesso processo si consuma anche in tutte quelle app di messaggistica (WhatsApp, Telegram ecc.) dove le fotografie rimbalzano da contatto a contatto, perdendo di definizione ogniqualvolta vengono condivise. Il risultato è una moltitudine strabordante di immagini carine ma sgranate, sintomo che l’annosa battaglia della questione qualitativa della fotografia digitale è stata completamente ribaltata: non interessa più la sua risoluzione ma l’effetto subitaneo che può produrre. Questo Thomas Ruff lo aveva previsto da tempo, mostrandoci l’estremizzazione a cui stiamo andando incontro, dando la nota d’accordo per un’estetica della bassa risoluzione da cui non vogliamo e non possiamo uscire.

Bibliografia essenziale
– Claudio Marra, L’immagine infedele. La falsa rivoluzione della fotografia digitale, Milano, Bruno Mondadori, 2006
– Massimo Mantellini, Bassa risoluzione, Torino, Einaudi, 2018

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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