ArtShaker #74: Goro di Gregorio e la “Madonna degli Storpi”

Camminando per le sale del Museo regionale di Messina l’attenzione dei visitatori non può non essere catturata da un’opera dalla dolcezza travolgente come la Madonna degli Storpi dello scultore senese Goro di Gregorio. Un pezzo unico nelle collezioni del museo per via la sua straordinaria importanza, questa infatti costituisce una delle rare testimonianze dell’attività dello scultore e una delle poche opere toscane del Trecento presenti nella regione.

1. Goro di Gregorio, Madonna degli Storpi, 1330-1335 ca, Museo regionale di Messina

Goro di Gregorio rimane tutt’oggi una figura poco conosciuta nel mondo dell’arte per via soprattutto della difficoltà nel reperire informazioni sull’artista; solamente due sono infatti le opere firmate e datate: l’Arca di San Cerbone del duomo di Massa Marittima (1324) e la tomba del vescovo Guidotto de Tabiatis del duomo di Messina (1333), il cui aspetto attuale è tuttavia frutto di diversi rimaneggiamenti. L’importanza di Goro nel panorama artistico del Trecento è tuttavia rilevante, tanto che questi è stato spesso affiancato dagli studiosi a figure di spicco quali quelle di Giovanni Pisano e di Tino di Camaino. Il successo dell’artista, testimoniato dalle commissioni che gli pervennero dai diversi centri italiani, fu dovuto indubbiamente al suo stile assai personale, contraddistinto dai forti richiami al gotico d’oltralpe e all’oreficeria senese.

2. Goro di Gregorio, Monumento funebre di Guidotto de Tabiatis, 1333, duomo di Messina

La Madonna degli Storpi fu scolpita dall’artista negli ultimi anni di carriera, tra il 1330 e il 1335, in prossimità al monumento funebre messinese (fig. 2) che probabilmente gli venne commissionato nel 1326 e fu ultimato nel 1333. Come quest’ultimo infatti la scultura era originariamente custodita all’interno del duomo della città, ma si hanno ancora diversi dubbi a proposito della sua specifica collocazione. Enzo Carli sosteneva che la scultura dovesse trovar posto su di uno degli altari della chiesa, e in effetti, agli inizi del XIX secolo, è menzionata sull’altare di San Cristofaro “lo Vecchio”, tuttavia più recenti studi ipotizzano che la statua facesse parte del monumento funebre di Guidotto de Tabiatis. Il sepolcro infatti era probabilmente dotato in origine di un baldacchino sormontato da un’edicola in cui poteva trovar posto, insieme ad altre, la nostra scultura, secondo un modello già diffuso in Toscana e che possiamo ritrovare, ad esempio, nel duomo di Siena nel monumento funebre al cardinal Petroni di Tino di Camaino (1317-1318, fig. 3).

3. Tino di Camaino, Monumento funebre del Cardinal Petroni, 1317-18, duomo di Siena

La scultura, alta all’incirca un metro, colpisce per la raffinatezza e la morbidezza del modellato; non sono visibili linee rette, spezzature o ombre profonde poiché dominano la composizione curve e movimenti sinuosi. L’effetto di eleganza che ne deriva è accentuato poi dal movimento rotatorio delle figure che tendono a spostarsi rispetto al loro asse verticale assumendo la caratteristica posa “hanchement” delle statue del gotico francese; il panneggio della Vergine, semplicissimo, e le testine dolcemente reclinate, accompagnano questo movimento e ne esaltano la fluidità. Non si può non rimanere affascinati poi dalle lunghe e morbide dita della Vergine che trattiene tra le braccia il Figlio, il quale afferra e ritorce i lembi del suo abito con un gesto irreale per la forte torsione del polso ma umanissimo nella sua semplicità.

4. Goro di Gregorio, particolare dalla Madonna degli Storpi, 1330-1335 ca, Museo regionale di Messina

Queste figure per la loro eleganza e la grande umanità sono da mettere in parallelo con opere come la Madonna con Bambino di Giovanni Pisano per il duomo di Prato (1312 ca) o con quella di Tino di Camaino del museo civico di Torino, in cui la sacralità della scena si unisce a momenti di intimo affetto.
Le opere di questi illustri artisti senesi sono state di certo importanti puti di riferimento per la scultura del più giovane Goro, egli tuttavia non manca qui di esprimersi con un linguaggio nuovo e personale, più intimo e dimesso. Le sue figure hanno vesti umili e dialogano a distanza ravvicinata scambiandosi sguardi intensi e carichi di sentimento che trasmettono quel senso di intimo affetto che anima tutta l’opera e travolge i sensi dello spettatore.

Bibliografia essenziale
– Enzo Carli, Goro di Gregorio, Firenze 1946
– Francesco Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il Sud angioino e aragonese, Roma 1988
– Caterina Di Giacomo, Goro di Gregorio: le premesse e la committenza messinese di Guidotto d’Abbiate, in Recuperare i tesori della città. Restauro del monumento ”Guidotus de Habiate” della basilica cattedrale di Messina, Messina 1994, pp. 25-38.
– Roberto Bertalini, in Enciclopedia dell’arte medievale, VII, Roma 1996, pp. 27-29
– Caterina Di Giacomo, Ancora su Goro di Gregorio e aiuti nei cantieri del duomo di Messina, in Scritti in onore di Alessandro Marabottini, 1997
– Gerd Kreytenberg, Goro di Gregorio in Dizionario biografico degli italiani, 2002

Articolo pubblicato da Elena Squadrito

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