ArtShaker #77: L’antica arte di Ife e il suo incontro con l’Europa

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«Uno dei fatti più straordinari e misteriosi di tutta la storia dell’arte». Con le parole scritte da Carlo Ludovico Ragghianti per «SeleArte» nell’ormai lontano 1952 voglio introdurre questa serie di opere che fino a poco più di un secolo fa avevano fatto perdere le loro tracce. Sono la manifestazione plastica dell’arte del regno di Ife, portata alla luce soltanto nel 1910 dall’etnologo tedesco Leo Frobenius, il quale credeva di aver scoperto le antiche rovine di Atlantide, tanto queste opere gli parevano armoniose nelle forme e nel modellato. Si tratta, in realtà, di terrecotte, sculture in pietra e bronzi (anche se sarebbe più preciso definirli ottoni) realizzati tra il XII e il XVI secolo, nel periodo di massima fioritura della città sacra al popolo Yoruba, nell’Antica Nigeria.
Ife è la città del potere temporale, ma è anche il luogo in cui tradizionalmente è avvenuta la creazione dell’uomo. Qui ambito politico e religioso si incontrano e si compenetrano nella vita quotidiana così come nella produzione artistica.

Gli scavi che – nel corso del Novecento – si sono susseguiti a quelli di Frobenius per mano di eminenti archeologi ed etnologi come Frank Willett, Bernard Fagg ed Ekpo Eyo – solo per citarne alcuni – hanno permesso di conoscere più dettagliatamente le caratteristiche di quest’arte curtense, fortemente intrisa di legami formali con l’arte dell’Antico regno del Benin, ma altrettanto ricca di propri elementi singolari.
Dagli scavi del santuario reale nella località di Ita Yemoo, dalla tomba reale di Lafogido e dal quartiere Wunmonije provengono i pezzi di più alta fattura e meglio conservati. Si tratta di teste, maschere e busti che raffigurano nella maggior parte dei casi l’Oni di Ife – la figura che deteneva il potere assoluto anche in ambito religioso – e i suoi funzionari.
Dall’analisi di questi manufatti emergono le forti assonanze con altre tradizioni artistiche dell’Africa nera – come precedentemente sottolineato – ma anche legami con la produzione di oggetti d’arte Yoruba degli ultimi anni.

1. Metà superiore della figura di un Oni, XV-XVI secolo, ottone ad alta percentuale di piombo, h 37,3 cm, Ife, National Museum

In particolare, sul viso e sul torace di molte delle opere provenienti da Ife (Figg. 1-3) sono presenti una serie di linee parallele che rappresentano le tradizionali scarificazioni corporali che identificano la dinastia di provenienza dell’Oni. Il trattamento dell’epidermide e l’aderenza al reale che traspare dall’utilizzo del colore e dalla presenza di gioielli composti da perline artigianali in pasta di vetro che vanno ad arricchire la composizione testimoniano la volontà di creare un’opera che glorificasse il re-dio al fine di assicurare il benessere del popolo.

2. Figura di Oni, XIV-XV secolo, ottone con alta percentuale di piombo, h 47 cm, Ife, National Museum

Tra i reperti di Ife resta solo una scultura in ottone a figura intera (Fig. 2) che, tuttavia, nella sua unicità ci consente di conoscere quali fossero le insegne regali: la figura reca infatti un corno medicinale d’ariete nella mano sinistra e un bastone cerimoniale nella destra. Il volto di quest’opera oggi conservata al National Museum di Ife non è coperto di scarificazioni e questo aiuta a comprendere come il sovrano appartenesse ad una dinastia differente dal precedente, che non praticava questo genere di decorazioni corporali. Questa statuetta è stata ritrovata nell’antico santuario del re e probabilmente lo raffigura mentre compie delle cerimonie per placare gli dei locali.

Queste cerimonie erano piuttosto comuni e sovente vi si conducevano in processione le teste bronzee del sovrano fissate ad un simulacro di legno tramite i fori praticati sul collo (Fig. 3); un altro genere di fori che corre lungo l’attaccatura dei capelli permetteva di collocare la corona di perline sulla sommità della testa. Sulla maschera dell’Oba Obalufon (Fig. 4), tuttavia, si possono osservare una serie di forellini tutto intorno alle labbra e sulle guance che servivano presumibilmente a fissare dei veli di perline. Si narra che l’arte di fondere il bronzo sia stata introdotta in città da suo padre Obalufon I – tradizionalmente considerato il primo sovrano di Ife per diritto divino dopo il suo mitico fondatore, il dio Oduduwa; per questo tale maschera veniva conservata nel palazzo reale e indossata solamente in occasione dell’ascesa al trono del nuovo Oni.

Si tratta in tutti i casi di effigi idealizzate che, in quanto tali, non rappresentano realisticamente le vere fattezze del sovrano o dei suoi funzionari, ma sono piuttosto oggetti d’arte con un forte valore simbolico, a metà tra un busto regale e una statua processionale di un santo per fare un parallelo con tradizione visiva e culturale europea.

5. SeleArte, I, 2, 1952, p. 47

Sono “classici negri” come li definiva Carlo Ludovico Ragghianti nello stesso articolo di SeleArte citato in apertura (Fig. 5). La definizione di classico, categoria artistica creata dall’Europa per descrivere la propria arte, non è totalmente sbagliata da applicare all’arte del continente nero, se compresa nella sua complessità. È soprattutto una categoria che ha permesso, all’epoca in cui Ragghianti scrive – nello stesso arco d’anni che vedrà la rivalutazione di Caravaggio ad opera di Longhi – di estrarre almeno una parte dell’arte africana dalle categorie del primitivo, dell’astorico, del giudizio che ne relegava l’esistenza all’essere mera testimonianza di culture elementari.
Alla composizione per accostamento di “pure forme” dell’arte africana che affluisce in Europa dalla seconda metà del XIX secolo l’arte di Ife contrappone la sua aderenza al naturale ottenuta per selezione dei suoi aspetti migliori.

Riflettiamo a questo punto sul quesito che nel 1983 si pone Ragghianti stesso quando si domanda se il Cubismo sarebbe sorto con gli stessi caratteri stilistici per cui lo conosciamo se invece di entrare in contatto con opere d’arte provenienti soprattutto dal bacino del Congo e caratterizzate da una forte semplificazione formale, avesse invece “urtato” violentemente contro i “classici” africani.

Bibliografia essenziale
– Lucien Stephan, La scultura africana: studio di estetica comparata, in J. Kerchache, J.L. Paudrat, L.Stephan, L’arte in Africa, Milano, Garzanti, 2000.
– Ivan Bargna, Arte africana, Milano, Jaka Book, 2003.
– Ezio Bassani (a cura di), Quando Dio abitava a Ife. Capolavori dell’Antica Nigeria, catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Strozzi, 5 marzo – 3 luglio 2005), Milano, Skira, 2005.
– Ezio Bassani, Gigi Pezzoli (a cura di), Ex Africa. Storie e identità di un’arte universale, catalogo della mostra (Bologna, Museo Civico Archeologico, 29 marzo – 8 settembre 2019), Milano, Skira, 2019.

I saggi di Ragghianti citati nel testo sono reperibili nei cataloghi in bibliografia, interessanti comunque nella loro interezza per approfondire i temi trattati.

Articolo pubblicato da Linda Salmaso

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