ArtShaker #78: la mitologia nell’arte di Gino De Dominicis

«Io non sono mai stato molto interessato all’arte moderna, e neanche a quella antica.
Preferisco quella antidiluviana».

Tra le personalità più complesse ed enigmatiche del panorama artistico degli ultimi cinquant’anni, Gino De Dominicis ha saputo coniugare genialità e innovazione. Nel corso della sua lunga carriera è riuscito infatti a catturare e mantenere sempre alta l’attenzione su di sé attraverso azioni continuamente sorprendenti.

Erroneamente accostato al gruppo Arte Povera, nega la propria appartenenza a ogni tipo di raggruppamento o movimento artistico, affermando nel corso di una nota intervista di preferire alla corrente concettuale “le donne di nome Concettina”. Un personaggio isolato, che si muove nel variegato mondo dell’arte in maniera autonoma, coltivando un’ideale nobile e solitario del fare artistico.

La prima fase della sua carriera, costellata di celeberrimi capolavori quali Tentativo di Volo (1969), Zodiaco (1970), 2ª soluzione d’immortalità (L’Universo è immobile) (1972) cede il passo, a partire dagli anni Ottanta, ad un nuovo capitolo della propria attività. È un momento in cui De Dominicis decide di fare ritorno alla pittura e lo comunica con la sua prima opera figurativa: In principio era l’immagine. Già dal titolo sorgono i primi interrogativi: come può l’immagine essere in principio, se questa è la raffigurazione di qualcos’altro, si domanda il filosofo Giulio Giorello. Forse De Dominicis vuole dimostrare che per comprendere il principio, occorre ripensare la natura dell’immagine.

G. De Dominicis, In principio era l’immagine, 1981-82, MoMA, New York

Una riflessione profonda, germinante intorno alla metà degli anni Settanta, anni in cui Gino vive e avverte un senso di insofferenza nei confronti dei numerosi artisti concettuali e comportamentali che affollavano mostre ed esposizioni. “Il sonno della ragione genera mostre” dirà parafrasando Goya.  
La pittura diventa così uno strumento per una ricerca “attenta, pensata, frutto di una costante concentrazione”, afferma Andrea Bellini sulle pagine di «Flash Art». Un’indagine introspettiva, che lo induce addirittura a disconoscere alcune opere realizzate in precedenza.

Per questa nuova fase egli si avvale di una esigua serie di soggetti, vale a dire figure umane riconoscibili da pochi e semplici tratti stilizzati resi attraverso una gamma limitata di strumenti: tempera, tavola e matita. Nonostante questa riduzione ai minimi termini i risultati a cui giunge continuano ad essere singolari e mai banali.

G. De Dominicis, Senza titolo, 1996
© Christie’s

Non siamo nell’ottica di un ritorno al passato; per l’artista infatti la pittura, la scultura e il disegno non sono forme di espressione tradizionale ma originarie e, in quanto tali, anche del futuro. Sta qui lo scarto fondamentale tra una visione semplicistica e la visionarietà dell’artista anconetano.

Il tema dell’immortalità – dal quale è ossessionato per tutta la vita – si mantiene come una costante e si offre attraverso due protagonisti ricorrenti in molte opere di questo periodo: Urvasi e Gilgamesh, figure appartenenti a un tempo e uno spazio lontano tra loro, ma accostate da De Dominicis in un ossimoro visivo.

G. De Domincis, Senza titolo (Urvasi e Gilgamesh), 1988, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli

Urvasi, dea della bellezza nella mitologia indù – già celebrata dai Veda nell’antichità – dopo aver suscitato l’ira di Mitra e Varuna, viene condannata a vivere sulla terra, dove sposa l’umano Pururavas. De Dominicis fa risalire a questa coppia la forma archetipica di un’immortalità raggiungibile attraverso l’amore: lo stesso Pururavas aveva infatti definito questo sentimento come una superforza capace di sopravvivere ai corpi impermanenti degli amanti.

G. De Dominicis, Urvasi e Gilgamesh, 1987, Collezione privata
© Farsettiarte

La leggenda di Gilgamesh, re sumero di Uruk, ci è tramandata invece in diverse versioni. Quella del 1200 riportata su 13 tavole d’argilla – a cui Gino fa riferimento – racconta la storia di questo re-eroe, per due terzi dio e per un terzo uomo, che decide di compiere una prova estrema: ricercare e raccogliere l’erba della vita, dispensatrice d’immortalità.

Ed è qui che entra in gioco l’interesse verso i Sumeri, determinato da una serie di fattori tra loro concatenati. In primo luogo, la posizione di tale civiltà lungo la linea del tempo: precedente a tutte le altre. La concezione temporale di De Dominicis è infatti peculiare: ciò che viene prima è più giovane e moderno, mentre le cose più vecchie sono quelle che vengono dopo. La popolazione poteva dunque fregiarsi del carattere di originarietà che portava l’artista a sostenere la tesi, suffragata poi dalle ricerche storico-scientifiche, che essi fossero inventori di tutto: fu grazie a loro che fiorirono le arti e le scienze; compresero meglio di noi il potere delle immagini; esercitarono un’influenza molto forte sul Mediterraneo ed è ad essi che si deve la fondazione di Roma.

I Sumeri sono pertanto un modello e una fonte d’ispirazione per l’artista, il quale giunge alla conclusione  – dopo attenti studi – che Gilgamesh non fosse semplicemente re, ma anche pittore, scultore e architetto. È la proiezione di se stesso, che fu pittore, disegnatore e ideatore di opere tridimensionali.

G. De Dominicis, Urvasi e Gilgamesh, 1980, collezione privata

L’immagine di questi due personaggi è resa graficamente stilizzata di profilo ed è riproposta in maniera identica innumerevoli volte, sempre l’uno di fronte all’altra. L’unica variazione sul tema è lo sfondo che si apre tra di loro, talvolta raffigurante figure geometriche, altre volte paesaggi irreali o già evocati dall’artista, come ad esempio la chiesa di Santa Maria in Montesanto a Roma. In ogni caso, i luoghi proposti sembrano essere senza tempo.

G. De Dominicis, Urvasi e Gilgamesh, 1983, Collezione Guntis Brands

Urvasi e Gilgamesh si configurano come sintesi di amore e morte, maschile e femminile, Oriente e Occidente. Con loro l’artista condivide la continua e tenace ricerca dell’immortalità e il privilegio della creazione.
Temi a lui molto cari, indagati in ogni singola opera e per una vita intera, ai quali dedica la celebre Lettera sull’immortalità del 1970 che diventa il testamento ideale di un narcisista animato da una buona dose di eccezionale follia.

Alla domanda: “Che cosa le interessa nella costruzione di un quadro?” egli risponde: “Che una volta terminato mi sorprenda e mi rimandi più energie di quante ne ho messe per realizzarlo”.

Non ci è possibile quantificare le energie da lui spese, ma probabilmente quel superamento della morte e dei limiti temporali a cui tanto ambisce si concretizzano proprio nella straordinaria capacità delle sue opere di restituirci sensazioni e comunicarci un messaggio attuale anche a distanza di anni dalla loro realizzazione, sopravvivendo dunque al tempo.

Bibliografia essenziale
– I. Tomassoni, Il caso Gino De Dominicis, in «Flash Art», n. 144, giugno 1988
– G. Guercio, Gino De Dominicis: raccolta di scritti sull’opera e l’artista, Allemandi, Torino, 2001
Gino De Dominicis su«Flash Art», Grafiche Damiani, Bologna, 2007
– A. Bonito Oliva, (a cura di), Gino De Dominicis l’Immortale, catalogo della mostra, Maxxi Roma, Electa, Milano, 2010

Articolo pubblicato da Alessia Bruni

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