ArtShaker #81: Origine degli edifici ecclesiastici nell’Egitto tardo-antico

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Un breve accenno alla cristianizzazione dell’Impero
La decisione presa da Costantino con l’Editto di Milano del 313 per l’Impero Romano d’Occidente comportò sicuramente radicali trasformazioni nella società dell’epoca, che per lungo tempo fu caratterizzata da costanti tensioni tra i sostenitori non solo del culto tradizionale, ma anche dello stile di vita che il paganesimo comportava e i cristiani la cui religione era ormai divenuta legittima.
Tuttavia non fu solo la società a subire cambiamenti. Anche gli edifici religiosi vennero colpiti: sottoposti a chiusura, vennero successivamente riconvertiti in luoghi di culto cristiano. Un esempio emblematico, anche se estremizzato rispetto a quanto avvenne nel resto del Mediterraneo per via d’un tenace paganesimo che cedette solo nel V secolo, è dato da Atene: le statue di culto poste all’interno dei templi vennero abbattute, come accadde all’Apollo Patroos dell’omonimo tempio, situato sul lato ovest dell’Agorà. Ormai privi del loro significato cultuale, gli edifici vennero chiusi e rimasero inutilizzati per decine di anni, fino a che l’Impero non avesse deciso che quella sua proprietà sarebbe tornata utile per un altro scopo.

Cosa accadde ad Alessandria d’Egitto?
Come accennato prima, tutto il Mediterraneo fu coinvolto nel processo di cristianizzazione voluto dall’Impero, tuttavia ogni città ebbe la propria storia e le proprie tensioni sociali.
La città in cui si consumarono le vicende più violente fu probabilmente Alessandria d’Egitto, evangelizzata da San Marco, a cui venne dedicato il martyrion che fu, assieme alla chiesa di Theonas, il primo edificio propriamente cristiano ivi costruito. Questi luoghi di culto cristiani furono edificati lontani dal centro cittadino, fastoso e ricco di edifici pagani, tra i quali l’allora celeberrimo Serapeion, il tempio del dio Serapis.
La sconfitta di Licinio da parte di Costantino nel 324 comportò l’annessione dell’Impero Romano d’Oriente, quindi anche qui il cristianesimo divenne religione di stato. Da questo momento in poi le tensioni e le violenze furono implacabili, culminando con l’uccisione, ad opera del patriarca Cirillo, di Ipazia, la filosofa conosciuta e rispettata da tutta la città. Questo avvenne contemporaneamente alla costruzione di numerose chiese, commissionate dai patriarchi che si succedettero negli anni. In seguito alla distruzione del Serapeion (391-392, anche se l’anno esatto è ancora una questione dibattuta tra gli studiosi), la cui vicenda drammatica viene narrata da Rufino nel 402, vennero costruiti un martyrion ed una chiesa dedicata a San Giovanni Battista, un complesso simile alle chiese costantiniane di Gerusalemme.

Le prime chiese in Egitto
Fino ad ora non si è approfondito l’aspetto delle chiese. Purtroppo non è possibile farlo in quanto non è rimasto nulla dell’epoca tardo-antica. Infatti, quanto esposto finora è ricavabile unicamente dalle fonti scritte. Tuttavia, partendo dal presupposto che quanto fu costruito ad Alessandria lo si potesse ritrovare anche in altre località, si può tentare di osservare lo sviluppo dell’architettura sacra cristiana nel resto dell’Egitto. Chiaramente gli esempi che si possono portare sono innumerevoli. Di seguito ne sono stati selezionati alcuni, proposti in ordine cronologico.

Le due chiese più antiche presenti sul territorio egiziano risalgono alla prima metà del IV secolo ed appartengono ad uno stesso complesso sito a Kellis (Fig. 1). Sono chiamate Piccola Chiesa Orientale (small east church) e Grande Chiesa Orientale (large east church).

1. Sopra la Grande Chiesa Orientale, in basso a sinistra la Piccola Chiesa Orientale
© credits

La prima venne creata dopo la dismissione di una stanza costruita in precedenza. Attorno all’aula principale si trovano ambienti laterali, che diventano caratteristica di queste prime chiese. Prassi comune li vedeva utilizzati come magazzini.
La chiesa più grande, per quanto simile all’altra, presenta elementi aggiuntivi, come un colonnato interno, precursore della navata nella basilica e due stanze accanto all’abside non sporgente che derivano da quelle presenti nei santuari della Siria.
Fino a qui si possono delineare due tratti caratteristici delle chiese egiziane: la presenza di aule laterali all’abside e quest’ultimo non sporgente verso l’esterno.

Il Monastero Bianco ed il Monastero Rosso
Dopo qualche decennio queste stesse caratteristiche possono essere individuabili nella pianta di due monasteri, quindi su una scala molto più ampia.
Le due strutture sono il Monastero Bianco ed il Monastero Rosso, la cui zona absidale è utilizzata ancora oggi come piccola chiesa. Entrambe furono controllate, insieme ad una terza, da Apa Shenute, fervente cristiano che sistematizzò la disciplina monastica.
Il Monastero Bianco, il cui nome deriva dal colore del calcare usato per costruirlo, venne costruito a Sohag a metà del IV secolo. Si tratta di un edificio di forma rettangolare interessato da ampliamenti graduali per i quali furono impiegati materiali di riuso provenienti da templi pagani.
La zona più importante della costruzione è costituita da un lungo colonnato che parte da un triconco, ovvero quell’area che ancora oggi è utilizzata per le funzioni religiose, la cui forma era molto usata in età tardo-antica in Egitto (Fig. 2).

2. Il Monastero Bianco visto dalla navata centrale
© credits

Anche qui, come nella Grande Chiesa Orientale di cui si è parlato, troviamo alcune stanze ai lati dell’abside non sporgente con diverse funzioni: quella a pianta quadrata accoglieva una biblioteca, nella quale erano contenuti testi di varia natura mentre quella a pianta ottagonale costituiva il battistero. Mentre la funzione dell’imponente nartece è chiara, ossia quella di ospitare i catecumeni e i penitenti che non potevano accedere alle navate della chiesa lo scopo della lunga stanza a sud rimane tutt’ora poco chiara. Le colonne, infine, scandiscono lo spazio dell’aula principale suddividendolo in quattro navate, di cui la quarta è piccola e posta sul lato breve della chiesa (Fig.3).

3. Pianta del Monastero Bianco
© credits

Lo stesso modello può essere ritrovato nel Monastero Rosso, anche se con dimensioni leggermente minori. Situato a nord rispetto a quello Bianco, questo monastero venne fondato all’inizio del VI secolo. Anche in questo caso il nome deriva dal materiale usato per la costruzione, ovvero i mattoni in cotto; anche qui il triconco è la zona sacra usata ancora oggi e si caratterizza per la sua affascinante decorazione pittorica bizantina. Non si può parlare di affresco in quanto questi dipinti sono stati realizzati a tempera o con base di cera d’api su parete secca.
L’articolata struttura architettonica del triconco funge da pretesto per un complesso gioco di alternanze tra nicchie e colonne e il tutto è coperto da una semi-cupola recentemente ricostruita.
Parte dei personaggi raffigurati viene dalle Sacre Scritture e rimanda ad un messaggio di salvazione. Insieme a loro sono stati dipinti monaci, come San Shenute stesso, che si ricollegano all’ambiente circostante. Il triconco si caratterizza anche per la presenza di elementi decorativi geometrici e fitomorfi, dando così un’idea chiara della tradizione pittorica di questa zona in questo preciso momento storico. Nulla vieta di pensare, infatti, che decorazioni simili potessero trovarsi anche all’interno delle chiese di Alessandria d’Egitto, seppur, probabilmente, di qualità superiore.

4. Interno del triconco del Monastero Rosso
5. Fiasca da pellegrino con raffigurato al centro San Minas tra due dromedari, VI-VII secolo
Parigi, Louvre

Il Monastero di Abu Mina
Si tratta di uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti dell’Egitto tardo-antico.
Il complesso venne dedicato a San Minas, santo del quale non si hanno molte informazioni. Si tratterebbe di un santo militare, riconosciuto tramite le ampolle e le fiaschette che venivano distribuite come souvenir presso il monastero (Fig. 5).
Il complesso di Abu Mina sorge a ovest di Alessandria: secondo la tradizione, infatti, qui i cammelli che trasportavano il corpo del santo si rifiutarono di procedere oltre, quindi lo si interpretò come un segno divino. San Minas venne sepolto e sulla sua tomba venne quindi fondata una chiesa. Questo luogo divenne ben presto noto per i suoi poteri curativi e, quindi, meta di pellegrinaggio.
Mano a mano che il numero di fedeli in visita aumentò, Abu Mina si ampliò, comprendendo anche edifici che avrebbero ospitato coloro che necessitavano di cure, come bagni e altre strutture utili per l’accoglienza dei pellegrini. Questa piccola cittadella era attraversata da un grande viale che conduceva alla struttura principale di tutto il complesso, ovvero la cosiddetta Grande Basilica. Inizialmente si trattava di una chiesa a tre navate, dotata di transetto ed abside e ai lati due stanze. Alla fine del V secolo la basilica raggiunge l’apice per bellezza e imponenza (Fig. 6).

6. Pianta del complesso monasteriale di Abu Mina (dettaglio)

L’edificio dalle dimensioni monumentali si componeva di una chiesa con doppio transetto, la quale dava su di un tetraconco, chiamato Basilica della Cripta, il quale, infine, conduceva al battistero.
Nonostante questa costruzione mantenga alcune delle caratteristiche evidenziate finora, come l’abside non sporgente e gli ambienti ai suoi lati, mostra anche alcune particolarità. Infatti il tetraconco è una tipologia architettonica che si ritrova in alcune chiese come quella di Seleucia Pieria, porto di Antiochia e a San Lorenzo a Milano, mentre viene usata di rado in Egitto. La stessa rarità caratterizza l’uso del transetto, che si ritrova nella chiesa di San Demetrio a Salonicco. È evidente come in questa fase le influenze provenienti dal Mediterraneo fossero molto forti.

Questo brevissimo excursus è giunto al termine. Naturalmente non mancano le eccezioni, come la Rotonda di Pelusio (oggi Tell el-Farama) che costituisce un unicum in tutta l’architettura egiziana dell’epoca. Quello che preme trasmettere con questo breve articolo è la grande ricchezza e vivacità dell’età tardo-antica, che fino a poco tempo fa è stata messa in secondo piano rispetto, ad esempio, all’età classica, soprattutto per questioni di estetica. Non sono stati pochi gli scavi archeologici che, per raggiungere gli strati di età classica, hanno completamente distrutto e non documentato quelli di età tardo-antica, ora irrecuperabili. Un esempio cristallino è dato dagli scavi nell’Agorà di Atene, durante i quali lo strato del Palazzo dei Giganti, un edificio tardo-antico, è stato danneggiato per raggiungere gli strati più antichi con lo scopo di portare alla luce i resti del teatro sottostante.

Bibliografia essenziale
A. Cameron, The Mediterranean World in Late Antiquity AD 395-700, Routledge, 2011
J. McKenzie, The Architecture of Alexandria and Egypt c. 300 BC to AD 700, Yale University Press, 2011
W.R. Caraher, T.W. Davis, D.K. Pettegrew (a cura di), The Oxford Handbook of Early Christian Archaeology, Oxford University Press, 2019

Articolo pubblicato da Vanessa Ferrando

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