ArtShaker #84: il corpo e il performativo tra “letture” quotidiane. Riflessioni a distanza con Armenia Panfolklorica


Se dico che c’è un sé, lo si immaginerà come eterno,
E se dico che non c’è un sé, ci si immaginerà
Che alla morte si muore completamente.

Samyuttanikaya
(da Kyabje Kalu Rinpoce,La via del Buddha.
Manuale di studi buddhisti della tradizione tibetana
Roma, Kogoi Edizioni, 2014, p. 74)

25 Gennaio 2020, Millenium Gallery, Bologna, L’eresia del Folklore.
È passato più di un anno dall’ultima volta in cui ho assistito ad una performance (Bish Bosch, orgia blasonata in bianco e nero), tanto che ancora conservo il ricordo di quei gusci di cozze bicromatici dipinti dall’artista Armenia Panfolklorica. Intorno a lei ci si poteva accalcare, lasciando comunque un margine libero a incorniciare i suoi bruschi ma ritmici movimenti che nella danza mescolavano il contenuto di un grande calderone, sorretto ai manici da due enigmatiche nude figure femminili. Ma l’ultima fila negava la visione completa dell’atto ripetuto così, nonostante la lontananza, cominciai ad addestrare l’orecchio ai suoni e alle pause ricostituendo il ciclo che raggiungeva l’acme in un moto repentino del pubblico, all’improvviso voltato indietro a proteggersi dallo schizzare impazzito di schegge di gusci, inevitabilmente poi calpestati e frantumati dagli astanti per tornare al proprio posto. Astanti? Quali astanti? Eravamo tutti un unico corpo e Armenia il deus ex machina dei nostri movimenti.

Armenia Panfolklorica, Bish Bosch, orgia blasonata in bianco e nero, 2020
foto di Lucia Adele Nanni

Marzo 2021. I luoghi fisici della partecipazione interdetti si interrompono e il corpo – non solo manifestazione esplicita della finitudine ma anche veicolo di contagio – sembra venir maledetto nella carne, mentre impazza – per contraccolpo – il valore conferito alla vita. Ovvio, diremmo. Eppure, in estremo, tra morte e vita non si avverte alcuna integrazione, alcuna accettata compresenza.

Inoltre, la mutilazione del corpo nell’equipaggiamento di cui giustamente disponiamo o – in alcuni casi – il suo totale confin-amento, ci costringe pertanto a ritornare non soltanto su cosa è ma anche su come ri-costruire il suo Um-welt (mondo-ambiente): il dispiegamento delle sue cose, delle distanze “proporzionali ai suoi gesti, accompagnati da quelle parole che giungono fin dove giunge il suono della sua voce” (Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, 2014, p. 13). Tuttavia ‘all’essere-nel-mondo’ come continuo progetto e proiezione o – in definitiva – intenzione costituente al fuori, è necessario riconoscere che altra parte integrante della sua essenza è l’ambivalente volontà di fuga dal mondo per averlo come luogo di abitazione: “il corpo deve anche fuggire da sé per prendersi cura di sé. La sua cura è per sé, solo se è per il mondo; solo correndo verso il mondo il corpo si soccorre (Galimberti, p. 14). Tale assunto, ritrovato tra le pagine di un libro ormai consegnato alla memoria da qualche anno, si ri-attualizza nel farsi promemoria di ciò che è inevitabile al corpo, ritmato tra chiusure e aperture legate vicendevolmente da relazioni di causa ed effetto. Pertanto, anche laddove sembra insormontabile la distanza al mondo, al fuori, è doveroso costatarne l’inevitabile partecipazione.

Qui rientrano dunque tutte quelle pratiche civili, solidali o semplicemente personali assunte in particolare modo negli ultimi tempi: tra queste, anche i momenti meditativi e le letture a erezione di strati protettivi e conservativi. Ma spostando il bisogno di consulto altrove, ho tentato di ricontattare quell’artista – e amica – che ha segnato uno dei miei più recenti ricordi di vera presenza: Armenia Panfolklorica.

L’incipit della nostra conversazione profila sin da subito un messaggio affatto sconfitto quando, come a recitarmi le pagine di un diario, l’artista confessa: “La punta estrema della mia coscienza la considero adesso, grazie al reale, in un corpo nuovo come un involucro appena scartato. Perché io mi sento viva in una città assediata dall’esercito dei morti, esclusa e insieme attratta dai loro carnai, tagliata fuori da ogni oggetto esterno di malattia e, simultaneamente, presentissima ad una supervisione generata da sentimenti rimbalzati e amplificati su mura di prigionia obbligata. Coloro che percepisco come isterici e fuori da me, è come se fossero me e io come se fossi loro; siamo fatti di corpo e le essenze reduci dall’antico parlano e smuovono la mia volontà che si fa rito.” Toni accesi e vocaboli crudi contraddistinguono necessariamente Armenia che, reduce da un vero e proprio sconvolgimento dopo aver lasciato la Sicilia – terra natia – per Bologna, ormai tanti anni fa, ha tratto da tale traumatico distacco la linfa vitale del suo percorso di ricerca artistica: il folklore e il possibile sincretismo tra differenti culture (regionali e internazionali). Al centro dunque l’umano, il corpo, la presenza e l’assenza, la partecipazione come radice unica di esistenza: il rito, il rituale, il sacro e il profano. Una conoscenza dell’ancestrale che alimentando la coscienza svuota il terrore e rivela – scatenando – il perturbante. Il limite dunque, seppur rispettato, viene oltrepassato poiché il diverso (o l’altro) – non necessariamente da intendere come entità ma anche come contesto situazionale -, conserva potenzialità d’incontro: l’artista partecipa in-carnando il mondo, quindi sviluppando alla massima potenza quel moto continuo poc’anzi delineato di immersione e fuga. “Farò ancora l’artista, di più, su di te, per te, mio prossimo, mio specchio. Io sono sempre qui (…)”, dichiara Armenia. Un’ambivalenza questa, possibile grazie al corpo che traduce l’intenzione del muoversi da e verso e che, nell’atto, accetta il fallimento o la riuscita, acquista in ultimo coscienza di se stesso. Ciò vale a maggior ragione per chi – come Armenia – voca in assoluto il proprio alla geo-grafia, “la più dicente, la più descrittiva, quella che non accorda privilegi ontologici, perché non conosce monotonia del discorso, ma l’ambivalenza della cosa” (Galimberti, p. 27).

Allora “per un artista non è possibile arrestare il suo fare – dice – con un po’ di volontà e di fede in se stessi, si può resistere.” Una simile intenzione ma sopratutto consapevolezza le giunge direttamente dall’oscurità dei tempi correnti in cui confessa di essersi resa conto che “sono capace di rischiare la mia vita pur di dedicarmi all’arte e penso che qualsiasi artista (che si crede tale) sia tenuto a farlo.” Posizioni estreme giustificate dalla necessità di opporsi “per conservare il mio operare con la performance, forma di espressione per forza di cose interdetta da questa pandemia perché interattiva e perciò possibile veicolo di contagio.” D’altro canto però, la giovane artista, già esperta nell’ambito dell’uso di media alternativi alla performance fisica, concede spazio anche al sostegno presentativo e divulgativo dei social network tramite cui è possibile “lanciare scintille che qualcuno coglie rispondendo con nuove proposte di collaborazione artistica o, in altri casi, con inviti per future performance.” Armenia mette così a conoscenza il pubblico più nostalgico della sopravvivenza di un tessuto insolubile (quello che lega gli artisti e che promuove continui nuovi progetti), tanto da renderlo evidente nella sua pagina instagram. “L’uomo è un frutto dai tempi di maturazione imprevedibili e io non mi sono mai sentita tanto illuminata né sono mai stata più produttiva che in questo ultimo anno. Questo viaggio chiamato Covid-19 ha permesso di riconciliarmi meravigliosamente con ciò che è per me necessario: il mio sguardo sul mondo e il mio agire artistico. Pertanto, numerose sono state le esperienze. Tra queste, persino un ritorno al disegno con l’illustrazione di “Forse c’era e forse non c’era”, libro di favole nere scritto da Doroty Armenia, Le Fate Editore, 2020; e quello alla pittura con diverse commissioni. A ciò si aggiungono varie collaborazioni: quella con il mio caro amico Francesco Cataldi (ancora in corso) che ha portato alla nascita di un oscuro progetto al crocevia tra musica dark-elettro-folk e performance e quella con H!U, quest’ultimo compagno di una tentata performance a Busca presso Cuneo, tristemente interrotta dalle forze dell’ordine (causa Covid). Tuttavia con lo stesso artista e nel medesimo periodo, ho realizzato alcuni lavori fotografici ispirati al concetto di malattia in chiave glamour (“L’aviaire en rose”), e altre opere visuali tendenti a interpretare e a esprimere, per mezzo di riti e maschere apotropaiche, la cupezza di questo tempo (“Neu&Nau dai penduli colleoni”). Grazie a un simile benefico contagio intellettuale, a un certo punto del viaggio, ho realizzato due video: uno dedicato al poeta catalano Jean Vinyoli (“Domini Magic”), l’altro a “Un sommino de nejente” (Eretica Edizioni, 2020), altra opera letteraria di Doroty Armenia”.

Armenia Panfolklorica, Padre cavolo vecchio
foto di Armenia Panfolklorica, da un cunto di “Doroty Armenia”
tratto da “Forse c’era e forse non c’era“, le Fate Editore, 2020
Armenia Panfolklorica, Sayat Nova, 2020, modella Doroty Armenia
Armenia Panfolklorica, Da Hukka, monstruosa tabula
performance di Armenia Panfolklorica e H!U per P.U.S.H.
foto preparazione scenografia

L’anno poi è ricominciato con nuovi progetti come quello “che mi è stato proposto da Massimo Silverio (musicista e poeta carnico dalla notevolissima sensibilità artistica) dal quale sono stata ingaggiata come costumista per un suo videoclip di prossima uscita, con l’onore di poter osservare Giulio Squarci alla regia per le impervie vette delle montagne di Cercivento (FVG)”. Nel frattempo, confessa, “non è stato facile assistere alla perdita del rosso sul calendario vedendosi mancare carnevali, Pasque e tutte quelle festività che rappresentano il sale della mia ricerca.” Ciò nonostante “la mia produzione artistica doveva andare avanti e non potevo seppellire l’emergere naturale delle immagini che si imponevano forti nella mia mente e che aspettavano la presa di forma. Così, sebbene non potessi tradurre questo immaginario in performance attive come sono solita fare, l’essere circondata da personalità straordinarie ha reso possibile il continuum naturale della mia arte. Ecco allora farsi strada alcune piccole animazioni ragionate e realizzate con Marco Capuleti nonché nuovi tableaux fotografici con l’assistenza del fidato Feltappe.” E ora, afferma, “il culmine di questo ricco anno si condensa in due tappe principali: la prima rappresentata da una recentissima ricerca sull’iconografia dei progenitori biblici che ha dato vita a due collage low- definition dal titolo “Ādam,Peç/ Eva/Dane”, un omaggio alla coppia edenica e un crossover tra la cultura carnica, gli erbari di Aldrovandi e alcuni aneddoti legati al mio vissuto più intimo; la seconda invece prende forma in “Dur-dag, i colori dell’impermanenza”, performance che si svolgerà in streaming ad Aprile a Mantova, in quella che fu la casa del pittore Mantegna e che sarà incentrata simbolicamente sul tema della morte.”

Armenia Panfolklorica, The Crack of my Cosmic Egg, 2020
foto di Armenia Panfollklorica e Feltappe

La morte, questo spettro fin troppo ingombrante per i tempi moderni in cui la cieca coscienza la assume come l’opposto della vita piuttosto che accettarla come “un suo aspetto che inizia con la nascita e mai l’abbandona” (Galimberti, p. 66). Ma “l’opposizione è una nostra costruzione, e il fantasma della morte è il prezzo che paghiamo per vivere la vita come valore assoluto”. E ciò ci allontana dai nostri avi, quei primitivi che “non si concedevano a questa opposizione, non perché erano ‘animisti’ come noi oggi li definiamo, ma perché, nel loro pensiero simbolico, non privilegiavano né l’uno né l’altro termine, perché semplicemente non facevano questa distinzione”; quei primitivi oggetto di studio di artisti come Armenia Panfolklorica che fanno dell’etnografia – confessa l’artista – “quel campo di scoperta continua di usi e costumi che ignoravo e che hanno alimentato la conseguente programmazione di maschere e figure attuabili in performances future.”

E allora Armenia torna di nuovo a prendere posizione laddove, citando Cioran recita: “La morte è già in noi, non esiste una morte (del non essere), esiste solo quella che percepiamo come contraltare della vita pulsante, nel suo naturale e quotidiano dispiegarsi.” L’artista lo ripete con convinzione poiché i tempi attuali sono testimoni di un farsi cerchio da parte della scienza intorno al pandemico che rivela riaffermando una trattazione oggettuale del corpo (ossia inteso come un semplice aggregato di parti) che non permette in ultimo la sua vera comprensione. Ciò in quanto essendo esso un’entità costantemente percepita elude lo statuto dell’oggetto verso il quale la nostra attenzione può sospendersi. Al contrario tale azione non è possibile nei confronti del corpo, grazie al quale – fra l’altro – l’oggetto è. Insomma, “quando tocco un oggetto lo sento attraverso l’esplorazione del mio corpo, – e – quando tocco il mio corpo mi sento esplorante ed esplorato.”

In aggiunta, se da un lato benefica, dall’altro la sorveglianza medica ripropone uno sguardo clinico che, teso a scoprire la verità della malattia, rende quest’ultima il fondamento di un sapere e non una possibile e naturale degenerazione del corpo. Da qui, l’assoluta polarizzazione tra morte e vita alla quale Armenia si oppone non banalizzandone il valore ma semmai riaffermandola in quella consapevolezza – che dal razionale sprofonda nel primordiale, e viceversa – volta a calibrare il fanatico slancio tramite l’accordo ad un necessario ripiegamento interno. Così l’artista passa dal citare e ricordare Fritjof Capra del 1982 alludendo alla concezione di malattia nella tradizione sciamanica come conseguenza di una qualche disarmonia con l’ordine cosmico, al raccontarmi le pratiche a cui si è dedicata durante i momenti più duri di questo anno: attività e azioni e infine rituali che hanno garantito non solo un risveglio e un ritrovato benessere psicofisico, ma anche una prosecuzione di ricerca. È quest’ultimo il caso dello studio del Culto tibetano dei morti. “Qui il tema della morte viene affrontato come ineluttabile momento, non rifiutato e stornato dalla coscienza individuale e collettiva – dice. Si traduce pertanto in incontro e confronto volto all’assunzione della verità, della chiave d’accesso ad un più consapevole e vitalistico approccio alla vita.”

In tale e difficile nodo cruciale, fra timore e accettazione, si pone allora la pratica (performance) come azione che nel suo reiterarsi trova derive oltre l’organico (rito) a riconferma del suo valore sacro, benefico e curativo. È per tale ragione che Armenia, sebbene riconosca l’attuale flagello del performativo (la sua inevitabile esclusione dal circuito delle arti), afferma che al contempo “potrebbe sia costituire una risposta critica al mutamento socioculturale che, dall’altro, generarlo laddove vi si opponesse. Ciò in quanto la performance è una forma di meta-commento e rappresenta una storia che un gruppo racconta a sé stesso su sé stesso. Il che permette, attraverso determinate pratiche ritual-performative e la messa in scena del nostro corpo esposto per essere in-scritto con nuovi segni, non soltanto uno stretto contatto tra arte e vita ma anche la resa di questo corpo – considerato oggi finito, malato, vulnerabile, disabile al cambiamento – uno strumento di riflessione a cui attingere per ricavare soluzioni”, riflette Armenia. “Inoltre – prosegue – continuare a stigmatizzarlo significherebbe porre fine ad un’esperienza artistica tra le più autentiche.”

Quale allora il futuro della performance?
“Semmai le gallerie, gli spazi e i musei dovessero rimanere chiusi ad oltranza rinunciando a ospitare anche la performance dal forte potere rigenerativo, non escludo di poterne organizzare di segrete perché ci sono pratiche artistiche che non hanno ragion d’essere nell’aldilà del virtuale e con l’arte bisogna andare avanti, in direzione ostinata e contraria. Ciò in quanto credo – spiega – ci sono caratteri della performance che non sono modificabili ossia la fruizione “dal vivo”, cuore sacro di questa rappresentazione artistica. In tutte quelle che ho realizzato, spesso rivolte allo spettatore singolo, i partecipanti non sono passivi osservatori ma parte integrante dell’opera stessa poiché con le loro reazioni (fisiche e psicologiche), non soltanto completano l’esperienza ma mi aiutano anche ad affinare al meglio il linguaggio di volta in volta.” Ora, se la posizione dell’artista appare estremamente reazionaria e inamovibile, d’altro canto, senza contraddirsi, emerge l’urgenza di nuove sperimentazioni rese possibili dalla naturale vicinanza al proprio tempo. Armenia si apre pertanto a nuove forme linguistiche quando, tornando a parlare del suo futuro e – nello specifico – della sua prossima performance in streaming, dichiara: “Ad ogni modo, il discorso cambia di lavoro in lavoro e, nel caso di quella che verrà trasmessa ad Aprile, ci sono buone possibilità che i suoi contenuti e la sua essenza non si alterino significativamente, lontani dalla fruizione diretta.”

Una creazione continua dunque ci offre Armenia Panfolklorica, inarrestabile spirito alla ricerca e per tale ragione aiutato – durante questo periodo di stasi fisica – in maniera addirittura salvifica, dalla lettura che muove idee e permette lo scambio continuo di contenuti e soluzioni. “Non voglio fare pedagogia – dice – ma, come ci tiene a ricordare il mio amato Warner Herzog, ‘Read, read, read, read, read, read, read….” Vi è una dimensione del leggere, infatti, molto strana ma fondamentale sopratutto per l’arte. Non mi riferisco soltanto al sovrapporsi della voce dello scrittore alla voce mentale del lettore, ma sopratutto a tutte quelle sfumature giocate tra intendimento e fraintendimento dell’opera letteraria che, in ultimo, permette di affermare quel tanto veritiero ‘leggo ergo sum’.”

Forse che si possa avanzare l’ipotesi che anche la letteratura stessa possa produrre nella dimensione più privata delle piccole forme di performance, o stimolarne quantomeno gli effetti? “E’ un mondo distorto quello della lettura – risponde Armenia – così imprevedibile da condurti in luoghi ai quali non pensavi di approdare, a stati epifanici del sé impossibili altrimenti.” Così, tra racconto autobiografico e suggerimento, cura del sé e dell’altro, l’artista tiene anche a lasciare qualche spunto di lettura. Tra questi “Al culmine della disperazione” di Cioran: “Un libro paradossalmente salvifico per me – rivela. Quando si parla di ‘effetto Cioran’ si allude di fatto proprio a questo: portarsi ad uno stato di consolidata estenuazione morale fino ad un punto tanto estremo da creare l’effetto opposto, oserei dire catartico, uno sorta di crosta depressiva e mortifera che nasconde un nucleo vitale, fatto di slanci e visioni.” Ora, se tale suggerimento assurge prettamente alla dimensione del curativo condividere, Armenia Panfolklorica rivela in ultimo la continua e diretta eredità che la letteratura consegna alla sua arte. Così dietro l’opera “Madonna del Barbagianni” è possibile ritrovare lo zampino de “L’Astore” di T.H. White mentre alle spalle di “Ādam,Peç/ Eva/Dane” c’è ‘la meravigliosa raccolta di poesie “Un prato in pendio” di Pierluigi Cappello. E infine, d’ispirazione a “The Crack of my Cosmic Egg” l’opera dell’amato Cioran, “Lacrime e Santi.”

Ricostruire storie come narrare, scoprire, confidare, bisbigliare alle orecchie in forma di voce, figura o corpo alterni o doppi, rivelare tramite colpi di scena e infine tramandare alterando come ai tempi dell’oralità o del post-virtuale. È in questo senso inevitabile cogliere affinità tra il mondo della letteratura e il motore artistico-creativo di Armenia Panfolklorica, la giovane artista che di volta in volta, tramite travestimento e rito, trasporta il suo pubblico in un altrove incalcolabile e imprevedibile come i luoghi della narrativa. Eppure, come accade in un incontro amichevole davanti ad un caffè, dopo avermi lasciato una lista – a suo dire ‘schizofrenica’ – di letture per i tempi che verranno e che lascerò a voi lettori al termine di questo articolo – l’artista tiene a precisare concludendo che: “Se qualcuno crede che l’arte possa essere privata dalla pratica della lettura, si sbaglia di grosso.”

  • Un artista del digiuno. Quattro storie, Franz Kafka, Quodlibet, 2009
  • Il ramo d’oro. Studio della magia e della religione, James George Frazer, Bollati Boringhieri, 2012
  • L’astore, T.H. White, Adelphi, 2016
  • Moby Dick, Herman Melville, Adelphi, 1994
  • L’arte del marmo di Adolfo Wildt, Abscondita, 2002
  • Al culmine della disperazione, E.M. Cioran, Adelphi, 1998
  • Lacrime e Santi, E.M. Cioran, Adelphi, 1990
  • Confessioni e anatemi, E.M. Cioran, Adelphi, 2007
  • Poesie, Fernando Pessoa, Adelphi, 2013
  • Un prato in pendio, Pierluigi Cappello, BUR Rizzoli, 2018
  • Un sommino de nejente, Doroty Armenia, Eretica Edizioni, 2019

Contatti
e-mail: armenia037@gmail.com
telefono: 3924869523
website: armeniapanfolklorica.wordpress.com
Instagram: @armeniapanfolklorica

Articolo pubblicato da Arianna Bettarelli

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