ArtShaker #85: l’anno in una stanza. Vicissitudini del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara


È il 1821, e nel palazzo preso in affitto da una manifattura di tabacchi di Ferrara il pittore Giuseppe Saroli insiste per rimuovere l’intonaco bianco che da lungo tempo ormai ricopre le pareti di una particolare sala. I suoi sforzi vengono premiati, e dallo scialbo riemerge tutto lo splendore che si aspettava di trovare: affreschi quattrocenteschi ancora in parte conservati e leggibili, testimoni di un fasto remoto che quel luogo aveva vissuto secoli prima della sua rovina. L’edificio è l’estense Palazzo Schifanoia, e la sala l’ormai celebre Salone dei Mesi. Il ventennio 1821-1840 – entro il quale si concludono i lavori di riscoperta e i primi restauri – segnerà uno dei punti di svolta nella storia di questo luogo straordinario.

Percorrendo a ritroso le vicende del Palazzo, osserviamo che già nel secolo precedente – dagli inizi del Settecento – esso aveva subito profonde modifiche per mano della famiglia Tassoni, che ne era entrata in possesso. Il vero e proprio periodo di decadenza era però iniziato con l’abbandono forzato di Ferrara da parte degli Este nel 1598, quando la città era stata devoluta allo Stato Pontificio per la perdita del dominio ducale su questa parte di territorio a causa di problemi dinastici e delle tensioni col papato, con il conseguente trasferimento della capitale del Ducato a Modena. Da allora fu spezzato il legame fra gli Este e questa antica dimora, che tramite il matrimonio dell’ultima proprietaria Marfisa nel 1580 era già passata in eredità ai Cybo-Malaspina.

Ma prima di tutto questo, prima del declino e dell’oblio, c’erano state gloria e maestosità. Il nucleo originario del Palazzo di via Scandiana fu fatto erigere dal Marchese Alberto V d’Este nel 1385, ma il periodo di maggiore fortuna iniziò dalla seconda metà del Quattrocento con Borso d’Este, che promosse numerosi ampliamenti architettonici e decorativi: la costruzione del primo piano e una merlatura, un ricco giardino e uno scalone monumentale che collegava direttamente al culmine del programma decorativo di Borso, il Salone dei Mesi posto appunto al piano nobile. La temperie culturale è quella delle grandi corti signorili italiane rinascimentali, il contesto artistico è quello dell’Officina ferrarese, così definita da Roberto Longhi: i nomi più noti sono quelli di Cosmè Tura, Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti. 

Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, Ferrara

L’interesse di Borso d’Este per residenze come questa, denominate delizie per via della piacevolezza del luogo e della funzione di svago ed evasione ad esse attribuita, era notevole ed è abbastanza documentato. Gli studi hanno dimostrato come Borso avesse la radicata abitudine di passare lunghi periodi spostandosi da una sede all’altra – fra le numerose delizie disseminate nel territorio degli Este possiamo ricordare ad esempio Belriguardo e Belfiore – molto assiduamente, svolgendovi anche attività ufficiali che sembrano contrastare con la definizione di delizia come spazio prettamente ricreativo. In effetti, la frequente presenza del signore e l’impegno nel mantenimento e abbellimento di queste ville nel modo più sontuoso possibile le rendeva più vicine a veri e propri luoghi di rappresentanza, dove egli poteva sfoggiare influenza e potere agli occhi dei sudditi e soprattutto degli illustri forestieri in visita. Questa lettura si sposa bene con la magniloquente decorazione del Salone dei Mesi a Schifanoia, che si innesta in un momento cruciale della vita politica di Borso: i lavori vengono fatti risalire al 1469 circa, poco prima della sua definitiva nomina a primo Duca di Ferrara da parte del papa Paolo II, che avvenne nel 1471 a pochi mesi dalla sua morte. Nel 1452 Borso era stato già nominato Duca di Modena e Reggio dall’Imperatore Federico III, ma il legittimo dominio su Ferrara avrebbe sancito l’ascesa definitiva della casata estense, ed è qui che entrano in gioco i dipinti murali come programma politico, rappresentazione del principe e del suo buon governo sulla città. In ogni caso, sia che si voglia accostare Schifanoia al concetto di delizia come luogo dei piaceri sia che si voglia estendere la sua destinazione d’uso e valore ufficiale, resta indubbio che una delle tematiche portanti di questo grandioso ciclo – ancora più significativo in quanto unico tornato alla luce a Ferrara dopo l’abbandono a seguito della devoluzione cittadina – è l’autorappresentazione e celebrazione di Borso come perfetto signore e imminente primo Duca. Al nostro sguardo, però, non si presentano soltanto le gesta di Borso e della sua corte. Una sequenza di enigmatiche figure e scene di trionfo popola scomparti ben definiti, mostrando una concatenazione di rimandi e rapporti molto complessi, il cui apparente mistero ha affascinato a lungo gli studiosi.

Ritratto di Borso d’Este nell’Aprile del Salone dei Mesi a Palazzo Schifanoia

È il 1912 – un grande salto ci riporta alla contemporaneità – e a Roma Aby Warburg sta per intervenire al X Congresso Internazionale di Storia dell’Arte, presso l’Accademia dei Lincei. Il suo contributo, Arte italiana e astrologia internazionale nel Palazzo Schifanoia di Ferrara, consacrerà definitivamente la sua carriera ed è l’altro fondamentale passo avanti nel processo di riscoperta e comprensione delle scene del Salone dei Mesi, che dopo il rinvenimento ottocentesco avevano suscitato un interesse sempre maggiore per la loro unicità nel panorama artistico ferrarese, soprattutto per i difficili enigmi ancora irrisolti che nascondevano. Warburg – la cui figura di studioso merita un approfondimento dedicato impossibile da presentare in questa sede – aveva applicato a Schifanoia il suo approccio metodologico da storico non solo dell’arte ma della cultura in senso più ampio, metodo che costituì la base della moderna iconologia. L’indagine sull’opera d’arte non doveva essere puramente formale e attributiva, ma doveva andare oltre l’immagine per raggiungere l’icona, veicolo di un significato più profondo connesso al contesto storico, sociale e soprattutto alla memoria di un retaggio antico che sopravviveva – fondamentale il suo concetto di Nachleben – trasformandosi attraverso le epoche, i popoli e gli artisti. Questo tipo di analisi aveva permesso a Warburg di ripristinare il filo che collegava le immagini del Salone alle fonti antiche di riferimento, soprattutto quelle astrologiche e mitologiche, chiave di lettura imprescindibile sebbene egli ammettesse di averla approcciata inizialmente a malincuore perché a suo parere troppo legata alle «regioni semioscure della superstizione astrologica».

Mary Hertz Warburg, Schema degli affreschi del Salone dei Mesi di Aby Warburg, 1911
© Engramma

Il ciclo decorativo visibile nel Salone dei Mesi – del quale rimangono chiaramente leggibili solo le pareti est e nord (per un totale di sette mesi), mentre quelle ovest e sud sono quasi del tutto perdute – si sviluppa sulle quattro pareti sia verticalmente che orizzontalmente, suddiviso in dodici scomparti riferiti ai dodici mesi dell’anno. I dodici scomparti decorati con doppia tecnica, ad affresco e a secco, sono separati da paraste dipinte e individualmente tripartiti: nel registro superiore presentano tutti scene di Trionfi con particolari carri e gruppi di personaggi, nella fascia mediana sono rappresentati i segni zodiacali accompagnati da tre enigmatiche figure ciascuno, e in basso sono mostrati episodi di vita alla corte di Borso d’Este e le gesta del perfetto signore a cui si accennava in precedenza. Grazie all’analisi di due fonti in particolare e agli studi condotti soprattutto sul volume Sphaera: neue griechische Texte und Untersuchungen zur Geschichte der Sternbilder di Franz Boll del 1903, un grande compendio della conoscenza astrologica antica, Warburg riuscì a ricomporre la possibile proposta di origine e ideazione del ciclo pittorico, identificando soprattutto i protagonisti dei Trionfi e della zona intermedia insieme ai segni zodiacali. La Sphaera di Boll riportava l’opera astrologica di Teucro il Babilonese detta sphaera barbarica (I sec. a.C.), affiancata ad una fonte araba essenziale per l’astrologia medievale aggiunta al libro da Karl Dyroff, l’Introductorium in astronomiam di Albumasar (IX sec. d.C.), ritenuto di grande autorità in età medievale e moderna. Entrambi raccoglievano un sapere astrologico antichissimo che dall’oriente e da Babilonia aveva attraversato le epoche e i popoli, passando per l’Egitto, la Grecia, il mondo arabo giungendo infine all’Occidente cristiano tramite traduzioni ebraiche, ed entrambi riportavano la descrizione di particolari figure connesse ai segni zodiacali, i trentasei decani: divinità che occupano ciascuna dieci gradi dell’eclittica zodiacale, legate alle trentasei decadi che dividono un anno e rappresentanti le costellazioni che transitano in un dato periodo in una data porzione di cielo, in gruppi di tre per ciascun segno zodiacale. Da qui, Warburg aveva potuto ristabilire il contatto fra i tre personaggi in ciascuna fascia mediana degli affreschi e la tradizione astrologica dei decani partendo dall’ormai celebre “vir niger”, il primo decano di Marzo legato all’Ariete, un uomo di carnagione scura vestito di bianco e cinto alla vita da una corda, in questa versione più simile alla descrizione fatta risalire alla tradizione indiana. A questo punto era evidente riconoscere nei protagonisti della parte alta degli affreschi gli dèi greci come patroni dei mesi, mostrati trionfanti insieme ai propri “figli”, persone impegnate nelle attività solitamente poste sotto la diretta protezione di quelle divinità: rimanendo ad esempio su Marzo, osserviamo Minerva su un carro trainato da unicorni, sulla sinistra alcuni saggi, giuristi, medici, poeti in discussione mentre sulla destra è presente un nutrito gruppo di donne tessitrici.

Si è parlato in precedenza anche di due fonti dirette esaminate da Aby Warburg, due lettere ancora oggi di fondamentale importanza per la storia del Salone dei Mesi. La prima ha permesso a Warburg di ipotizzare l’esistenza di un intellettuale, la mente che deve aver ideato e supervisionato il progetto iconografico, individuato dallo storico in Pellegrino Prisciani, astrologo e bibliotecario alla corte di Borso d’Este. Warburg pubblica in appendice al proprio saggio una lettera di Prisciani indirizzata nel 1487 – quindi in realtà piuttosto successiva alla realizzazione del ciclo pittorico – alla duchessa Eleonora d’Aragona, moglie di Ercole I d’Este, contenente consigli astrologici in risposta ad alcune richieste della duchessa. Ciò che ha catturato l’attenzione dello storico dell’arte fu la citazione da parte di Prisciani proprio di quelle fonti astrologiche necessarie alla comprensione dei decani e di tutta la decorazione, soprattutto Albumasar, Pietro d’Abano e Manilio. Si suppone che sia stato proprio Pietro d’Abano a tramandare l’opera di Albumasar, e Manilio doveva certamente essere noto all’organizzatore delle scene di Schifanoia in quanto è l’unico autore a proporre sia Giove che Cibele come numi tutelari del mese di Luglio. La seconda lettera invece, già pubblicata in precedenza da Adolfo Venturi, si era rivelata essenziale – e lo è tutt’ora – per la datazione, l’attribuzione degli affreschi e per chiarire la personalità di Prisciani: il pittore Francesco del Cossa aveva deciso di rivolgersi direttamente al Duca Borso nel 1470 per lamentarsi del trattamento subito da parte dei responsabili dei lavori, tra i quali cita proprio Prisciani, soprattutto dal punto di vista economico, sottolineando di non voler essere «apparagonato al più tristo garzone de Ferara» perché ormai diventato artista di una certa importanza, e ricordando inoltre che erano di sua mano ben tre dei dodici mesi rappresentati (Marzo, Aprile e Maggio). Il valore su più fronti di questa testimonianza è evidente: se Cossa può scrivere a Borso nel 1470 per quella data l’opera doveva essere quasi completata, se non altro la sua parte di affresco, periodo che coincide perfettamente con le intenzioni autocelebrative di Borso, che ricordiamo attendeva la proclamazione a Duca di Ferrara nel 1471; il pittore, uno dei maggiori esponenti dell’Officina ferrarese longhiana, rivendica chiaramente la paternità di buona parte delle scene oggi superstiti; infine viene esplicitamente nominato Pellegrino Prisciani come figura coinvolta in qualche modo in questa impresa.

Francesco del Cossa, Trionfo di Venere, Aprile, Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, Ferrara, 1469 circa
© Engramma

Tutto sembra volgere a favore dell’interpretazione di Warburg, ma se nei paragrafi precedenti si è parlato di ipotesi e proposte c’è una valida ragione. Se c’è un aspetto che caratterizza gli studi sul Salone dei Mesi di Schifanoia questo è l’incertezza, e la difficoltà di formulare tesi sicure. Per quanto in apparenza risolutive, le proposte dello storico di Amburgo sono in realtà fondate su indizi più che certezze. Non è stato ancora possibile chiarire quali fossero le vere intenzioni contenute nel programma iconografico del ciclo, soprattutto il motivo della rappresentazione dei decani in modo così evidente, anche questo un unicum nella cultura figurativa dell’epoca. Anche le fonti a questo proposito sono discordanti, in quanto non esiste – stando alla conoscenza attuale – un unico testo unitario al quale l’intellettuale potesse attingere per formulare una rappresentazione dei decani come quella del Salone. Gli scritti antichi sono spesso discordanti fra loro, e questo implicherebbe la necessità di avere accesso a una grande quantità di conoscenza specializzata sull’argomento. Gli studi recenti hanno inserito fra le possibili fonti un’altra interessante via da percorrere, quella del Picatrix latino, trattato di magia talismanica e astrologica che riporta notevoli congruenze con l’impostazione dei decani di Schifanoia. Un ulteriore aspetto dibattuto, stavolta prettamente artistico, è la questione attributiva: in un primo momento era stato avanzato il nome di Cosmè Tura come mano principale e guida dell’intero lavoro, ma attualmente il suo ruolo in questo caso è stato molto ridimensionato, se non addirittura escluso. Resta appurata la presenza di Francesco del Cossa, certificata proprio dalla sua lettera al Duca Borso, ed è stata proposta la presenza di un giovane Ercole de’ Roberti in numerose zone del mese di Settembre. Sembra anche accertato che il pittore Baldassarre d’Este, figlio di Nicolò III, si occupò in seguito di mettere mano ai frequenti ritratti di Borso nelle scene di corte del ciclo. Gli altri artisti coinvolti restano ancora ignoti, e vengono principalmente identificati tramite nomi convenzionali, come accade per il Maestro dagli occhi spalancati associato ai mesi di Giugno e Luglio, o per il Maestro dell’Agosto il cui operato si riscontra in quel mese e probabilmente – con le dovute cautele – anche nel Settembre in relazione al possibile contributo di Ercole de’ Roberti, avanzando così l’ipotesi che possa trattarsi di Gherardo di Andrea Fiorini da Vicenza, la cui bottega fu frequentata proprio da Roberti. Quel che è certo è che si tratta di una grande opera collettiva, che deve aver impegnato l’intera Officina ferrarese in modo da essere conclusa nel più breve tempo possibile, prospettiva che probabilmente generò anche lo scontento espresso da Francesco del Cossa.

Tornando al nostro tempo, chiudiamo l’approfondimento con la notizia positiva della riapertura al pubblico del Salone dei Mesi avvenuta proprio l’anno scorso, nel giugno 2020, accompagnata anche dalla mostra Schifanoia e Francesco del Cossa. L’oro degli Estensi, dopo anni di chiusura forzata dovuta soprattutto al sisma che ha colpito l’Emilia-Romagna nel 2012 e ai conseguenti necessari restauri. La sala si presenta con una illuminazione led completamente rinnovata, affidata allo Studio Pasetti lighting di Alberto Pasetti Bombardella, che mira ad una osservazione più dinamica e personalizzata delle pitture passando facilmente da un’apertura onnicomprensiva e generale ad una visione selezionata di scene e particolari specifici, favorendo anche nuove letture e interpretazioni. Le difficoltà del 2020, legate alla pandemia da Covid-19, hanno di nuovo reso provvisoria questa riapertura tanto attesa, ma l’auspicio per questo 2021 è quello di poter finalmente tornare a posare gli occhi, in presenza, sul Salone dei Mesi e sugli innumerevoli luoghi della cultura costretti a chiudere i battenti ormai da troppo tempo.

Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, Ferrara. Nuova illuminazione inaugurata nel 2020
© iGuzzini

Bibliografia essenziale

A. Warburg, Arte italiana e astrologia internazionale nel Palazzo Schifanoja di Ferrara, in A. Warburg, G. Bing, La Rinascita del paganesimo antico. Contributi alla storia della cultura raccolti da Gertrud Bing, Firenze, La Nuova Italia editrice, 1966, pp. 247-272
C. Volpe, Palazzo Schifanoia. Gli affreschi, in Musei Ferraresi, 1985/1987, Bollettino annuale, 15 (1988), Comune di Ferrara, Assessorato alle Istituzioni Culturali, 1987, pp. 9-28
– R. Varese (a cura di), Atlante di Schifanoia, Modena, Panini, 1989
M. Bertozzi, La tirannia degli astri: gli affreschi astrologici di Palazzo Schifanoia, Livorno, Sillabe, 1999
S. Settis, W. Cupperi (a cura di), Il Palazzo Schifanoia a Ferrara, Modena, Panini, 2007
G. Sassu, Verso e oltre Schifanoia, in M. Natale (a cura di), Cosmè Tura e Francesco del Cossa. L’arte a Ferrara nell’età di Borso d’Este, cat. della mostra, Ferrara, Ferrara Arte, 2007, pp. 415-425
G. Sassu, Guida a Palazzo Schifanoia, Ferrara, Musei Civici di Arte Antica, 2010
M. Bertozzi, Aby Warburg a Palazzo Schifanoia: cent’anni dopo, in “Schifanoia” Rivista dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara, Atti della XIV Settimana di Alti Studi Rinascimentali, vol. 42-43 2012, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, 2013, pp. 169-185
R. Longhi, Officina ferrarese. Seguita dagli «Ampliamenti» e dai «Nuovi ampliamenti», con uno scritto di Daniele Benati, Milano, Abscondita, 2019

Articolo pubblicato da Alessandra Ciotti

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